La media del 5,8% nasconde un divario profondo tra paesi come Romania e Slovenia
I numeri diffusi da Eurostat la scorsa settimana sembrano raccontare una notizia rassicurante: nel 2025 la deprivazione materiale e sociale grave tra i giovani europei tra i 15 e i 29 anni è rimasta ferma al 5,8%. Non è aumentata. In un continente che invecchia e si contrae, dove le politiche per i giovani oscillano tra l’emergenza e la retorica, la stabilità potrebbe persino sembrare una buona notizia. Lo è, ma solo se ci si ferma al titolo. Perché se si guarda dentro quel 5,8%, se si apre la scatola dei singoli paesi, si scopre che a Bucarest il tasso è quasi il triplo. E che la media, come spesso accade, è un velo steso su un’Europa a due velocità.
Il paradosso della media
Prima di scavare nelle differenze, serve una definizione. Eurostat misura la deprivazione materiale e sociale grave come l’incapacità di permettersi almeno 7 dei 13 elementi considerati desiderabili o necessari per una qualità della vita adeguata: sei legati all’individuo, sette alla famiglia. Non è una soglia generica di povertà, è un indicatore che cattura l’esclusione concreta, quotidiana. Riguarda circa 4 milioni di giovani nell’Unione europea, un numero che da solo basterebbe a riempire una capitale di medie dimensioni.
Nel 2025, quel 5,8% è rimasto identico all’anno precedente. Ed è persino inferiore al tasso registrato per la popolazione totale, che si attesta al 6,3%. I giovani, in media, stanno leggermente meglio degli adulti. Detto così, sembra quasi che le politiche di inclusione funzionino. Ma quella stabilità è solo un’illusione ottica. Perché la media europea appiattisce realtà che non potrebbero essere più distanti.
La geografia dell’esclusione
I numeri nazionali raccontano una storia diversa. La Romania registra il tasso di deprivazione giovanile più alto dell’Unione: 15,1%. Quasi un giovane su sei non può permettersi beni e servizi essenziali. Se si allarga lo sguardo oltre i confini UE, la Turchia — paese candidato, con cui Bruxelles condivide programmi e fondi — arriva al 10,4%, ben al di sopra della media comunitaria del 5,8%. Sono percentuali che misurano distanze esistenziali: tra chi può permettersi una settimana di vacanza lontano da casa e chi non può riscaldare adeguatamente l’abitazione, tra chi sostituisce un paio di scarpe rotte e chi rimanda.
All’estremo opposto, dieci paesi dell’Unione hanno un tasso di deprivazione giovanile inferiore al 3%. Slovenia, Croazia, Polonia, Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Austria, Paesi Bassi, Lussemburgo e Portogallo. Dieci paesi dove la povertà materiale grave tra i giovani è un fenomeno marginale, quasi residuale. Non è solo una questione di ricchezza nazionale: dentro questa lista convivono economie molto diverse. C’è il Lussemburgo dei servizi finanziari, ma c’è anche la Polonia industriale, c’è il Portogallo che solo pochi anni fa usciva dalla troika. Qualcosa, in quei paesi, ha funzionato. O forse qualcosa, in Romania e in Turchia, continua a non funzionare.
Poi c’è il dato che trasforma il quadro da preoccupante ad allarmante. Nel 2025, il 24,2% dei giovani europei tra i 15 e i 29 anni — oltre 17 milioni di persone — era a rischio di povertà o esclusione sociale. È un indicatore più ampio della deprivazione materiale grave, perché cattura anche il rischio, la vulnerabilità, la precarietà che precede l’esclusione conclamata. Non significa che un giovane su quattro sia povero; significa che un giovane su quattro vive in condizioni tali per cui un imprevisto, un affitto che scade, un contratto che finisce, potrebbe farlo precipitare. Davanti a quasi un giovane su quattro a rischio, il 5,8% medio suona come una beffa. È la differenza tra chi è già caduto e chi cammina sul bordo. E la platea di chi cammina sul bordo è enorme.
E ora?
Davanti a questa mappa diseguale, viene da chiedersi cosa significhi governare una generazione che cresce a geometria variabile. A Bucarest la deprivazione giovanile è cinque volte quella di Lubiana. Non è solo un problema di trasferimenti economici o di fondi di coesione — che pure esistono e vengono erogati. È un problema di politiche abitative, di mercato del lavoro, di servizi per l’infanzia che permettano alle giovani madri di non uscire dal mercato del lavoro, di salari minimi che non siano soltanto simbolici. L’Unione europea ha strumenti, ha indicatori, ha raccomandazioni. Quello che non ha, a giudicare dai numeri, è un meccanismo che impedisca a un giovane romeno di essere tre volte più escluso di un coetaneo polacco.
La domanda che resta aperta non è se Bruxelles sappia misurare la deprivazione giovanile: la misura, e anche bene. La domanda è se abbia la volontà — e gli strumenti — per far sì che la prossima rilevazione non sia l’ennesima fotografia di un’Europa spaccata. Perché quando quasi un giovane europeo su quattro è a rischio povertà o esclusione sociale, la deprivazione giovanile non è più una statistica da rapporto annuale. È la questione sociale più urgente del decennio. E continuare a nasconderla dietro una media rassicurante è il modo migliore per non affrontarla mai.
Se quasi un giovane su quattro è a rischio povertà, cosa aspetta l’Europa a fare della deprivazione giovanile la vera emergenza sociale?




