Il ritardo nella definizione di “idrogeno pulito” ha frenato gli investimenti

La frontiera del 2%: l’idrogeno come ospite di pietra

Il pacchetto è stato adottato formalmente nell’agosto 2024 — due anni quasi esatti — dopo che il 21 maggio dello stesso anno il Consiglio dell’UE aveva dato il via libera. L’architettura normativa è imponente: direttiva e regolamento puntano a spostare il sistema del gas verso fonti a basse emissioni di carbonio e rinnovabili, fornendo il quadro per le reti dedicate all’idrogeno che dovrebbero sorgere nei prossimi decenni. Peccato che questa impalcatura, per ora, regga un mercato che non esiste. E la misura più concreta per ancorarlo al presente — la miscelazione nelle tubature esistenti — è stata tarata su una soglia talmente prudente da risultare quasi ininfluente.

La scadenza per i contratti a lungo termine sul gas fossile non abbattuto è fissata al 2049. Un orizzonte lontano, che concede un quarto di secolo di respiro prima che l’Europa recida davvero il cordone ombelicale con le molecole fossili. Ma la sfida non è solo nei tubi: è nella definizione stessa di cosa sia idrogeno pulito, un nodo che l’Unione ha impiegato anni a sciogliere.

Il tallone d’Achille della metodologia

Mentre si discuteva di percentuali e punti di interconnessione, il vero problema restava irrisolto: come si calcola l’impronta climatica dell’idrogeno? La risposta è arrivata con un ritardo imbarazzante. L’atto delegato sull’idrogeno a basse emissioni di carbonio — il regolamento delegato (UE) 2025/2359 della Commissione — ha stabilito la metodologia per calcolare le emissioni di gas serra lungo le diverse vie di produzione. Il parametro chiave: la produzione di idrogeno deve raggiungere una riduzione del 70% delle emissioni rispetto a un comparatore fossile fissato a 94 grammi di CO2 equivalente per megajoule. Una soglia severa, tecnicamente sofisticata, che però è stata pubblicata solo a novembre 2025, con l’atto finale che l’Europarlamento ha esaminato appena lo scorso 8 luglio 2025.

Jorgo Chatzimarkakis, amministratore delegato di Hydrogen Europe, non ha usato giri di parole: l’atto è stato finalmente adottato e presenta miglioramenti rispetto alle versioni precedenti, frutto delle pressioni dell’industria, del Parlamento europeo e delle capitali. Ma la bassa velocità di preparazione e adozione di questo testo — “ancora molto stringente” — è, ha detto, esattamente l’opposto di ciò di cui l’Europa ha bisogno in un panorama geopolitico complesso.

La conseguenza più ovvia di questa lentezza è che per anni gli investitori non hanno avuto una definizione certa di idrogeno a basse emissioni su cui basare le proprie decisioni. Le regole del gioco sono arrivate quando buona parte della partita era già iniziata altrove, in particolare oltre Atlantico. Negli Stati Uniti, già all’inizio di gennaio 2025, il Dipartimento del Tesoro aveva pubblicato le regole finali con rilevanti cambiamenti e flessibilità per dare certezza agli investimenti e guidare la diffusione dell’idrogeno pulito. Mentre l’Europa rifiniva definizioni e consultazioni, Washington metteva sul piatto un quadro normativo che parlava la lingua degli investitori.

La corsa a ostacoli degli Stati membri

Ora il cronometro corre. Con l’agosto 2026 alle porte, la domanda è: chi è pronto a raccogliere la sfida? Gli Stati membri hanno poche settimane per attuare un pacchetto normativo che mescola ambizioni di sistema a dettagli tecnici stringenti. Due anni per recepire direttiva e regolamento sarebbero parsi un lasso di tempo ragionevole, se nel frattempo il contesto globale non fosse cambiato e se le regole complementari — come l’atto delegato sulla metodologia — fossero state pronte da subito.

Invece il quadro arriva a compimento quando manca un soffio alla scadenza del recepimento. I regolatori nazionali si trovano a dover tradurre in norme operative una visione che, nei fatti, ha iniziato a prendere forma solo negli ultimi mesi. La domanda è quali risorse e con che tempi verranno mobilitate per rendere concreto un mercato dell’idrogeno che, al momento, esiste più sulla carta che nelle condotte europee.

A un mese dal termine, il regolamento europeo sull’idrogeno somiglia più a un esercizio di stile che a un trampolino di lancio. L’ambizione c’è, codificata in direttive e atti delegati. Ma tra il due per cento di miscelazione concessa, i contratti fossili che possono restare in vigore fino al 2049 e una metodologia arrivata con il contagocce, il messaggio che arriva agli operatori è ambiguo: l’Europa vuole l’idrogeno, ma senza troppa fretta. La vera partita si gioca ora negli uffici dei regolatori nazionali. Il cronometro è già scattato.