Il Piemonte ha escluso il biometano dalle aree idonee, l’Emilia-Romagna lo ha invece incluso
Produrre biometano dagli scarti agricoli è efficiente solo se l’impianto dista pochi chilometri dai campi che lo alimentano. È una questione di resa logistica: meno strada fanno i reflui zootecnici e i sottoprodotti, meno energia consumi per trasportarli, più sensato è il bilancio complessivo dell’operazione. Eppure il Piemonte ha appena detto no a questa logica di prossimità, bocciando in Consiglio regionale l’emendamento sul biometano presentato dal consigliere del Partito Democratico Mauro Calderoni. A poche centinaia di chilometri di distanza, l’Emilia-Romagna ha fatto la scelta opposta: ha incluso gli impianti di biogas e biometano tra le aree idonee per le energie rinnovabili. Due delibere, due filosofie, e un’Italia del biogas che viaggia a velocità radicalmente diverse.
Il biometano di prossimità: una promessa da 2,3 miliardi di metri cubi
Il potenziale tecnico del biometano agricolo italiano non è marginale. L’obiettivo nazionale, fissato nell’ambito del PNRR, è arrivare a una produzione di almeno 2,3 miliardi di metri cubi entro fine giugno 2026 — una scadenza che dista meno di un anno da oggi. Il programma prevede anche la sostituzione di almeno 300 trattori agricoli con mezzi alimentati esclusivamente a biometano e dotati di attrezzature per l’agricoltura di precisione. Numeri che disegnano una filiera integrata: non solo produzione di gas rinnovabile da immettere in rete, ma anche consumo diretto in loco da parte delle stesse aziende agricole che generano la materia prima.
Il modello ha una sua coerenza interna. Un impianto di digestione anaerobica che tratta effluenti zootecnici e residui colturali funziona come un nodo di economia circolare: riceve scarti a chilometro zero, li trasforma in metano, restituisce digestato da usare come fertilizzante sui terreni. Se allontani il punto di produzione dal punto di approvvigionamento, i costi di trasporto erodono la marginalità dell’operazione e peggiorano il bilancio emissivo. Per questo Calderoni proponeva che il biometano fosse prodotto in stretta connessione con il territorio agricolo locale. L’emendamento, discusso nei giorni scorsi in Consiglio regionale, traduceva questa logica in un vincolo urbanistico: riconoscere i terreni agricoli come aree idonee all’installazione di impianti, purché al servizio delle aziende del circondario.
La maggioranza piemontese guidata da Alberto Cirio ha detto no. E quel no non è neutro: sposta l’ago della bilancia verso un’altra visione della transizione energetica.
Piemonte vs Emilia-Romagna: due interpretazioni della norma
La legge regionale approvata in Piemonte dà priorità assoluta alle aree già compromesse e antropizzate: tetti di edifici, parcheggi, siti da bonificare, aree industriali dismesse, fasce lungo ferrovie e autostrade. Una scelta pensata principalmente per il fotovoltaico a terra e per l’agrivoltaico, che ha il merito di contenere il consumo di suolo ma esclude di fatto gli impianti di biogas e biometano dal novero delle tecnologie incentivabili su suolo agricolo. Perché un digestore, a differenza di un pannello, non lo puoi mettere su un capannone dismesso: ha bisogno di essere accanto alla stalla, vicino ai campi che forniscono la biomassa.
In Emilia-Romagna il legislatore ha seguito un ragionamento diverso. La regione ha incluso gli impianti di biogas e biometano nelle aree classificate dal piano urbanistico generale come ambiti specializzati per attività produttive esistenti, aprendo di fatto alla possibilità di realizzare nuovi impianti in zone agricole vocate. La differenza è sostanziale: da una parte una norma che, per quanto orientata a tutelare il suolo, produce un effetto collaterale — congela lo sviluppo di una filiera che per definizione ha bisogno di stare sul territorio agricolo; dall’altra, un’impostazione che riconosce al biometano uno statuto diverso da quello del fotovoltaico, trattandolo come infrastruttura al servizio dell’agricoltura anziché come consumo di suolo.
Il paradosso è che entrambe le regioni stanno applicando lo stesso decreto nazionale — il decreto legge 175, approvato lo scorso 21 novembre e convertito a gennaio — che demanda alle Regioni il compito di individuare le aree idonee per gli impianti a fonti rinnovabili. Ma l’interpretazione di cosa sia “idoneo” cambia radicalmente a seconda di chi scrive la legge regionale.
Sul campo: a cinque mesi dal decreto, solo l’Umbria è pronta
Il contrasto normativo tra Piemonte ed Emilia-Romagna è solo la punta di un problema più ampio. A cinque mesi dall’approvazione del decreto, solo l’Umbria ha pubblicato la legge di recepimento nel proprio bollettino ufficiale. Una regione su venti. Le altre sono in ritardo, chi in fase di discussione in aula, chi ancora in commissione, chi non ha nemmeno avviato l’iter. Il quadro che emerge è quello di un’Italia frammentata, dove la stessa tecnologia — il biometano agricolo — può essere considerata strategica o indesiderabile a seconda del colore della giunta regionale di turno e dell’orientamento delle associazioni di categoria locali.
Per chi progetta impianti, l’incertezza è un costo reale. Un digestore da 500 kW elettrici richiede un investimento tra i 3 e i 5 milioni di euro, tempi di autorizzazione tra i 18 e i 36 mesi, e un business plan che si regge su tariffe incentivanti e sulla certezza del quadro normativo. Se la regione in cui intendi investire non ha ancora recepito il decreto aree idonee, semplicemente non puoi presentare la domanda. O peggio: puoi presentarla, ma rischi di vedertela respingere tra qualche mese perché nel frattempo sono cambiate le regole urbanistiche. È un congelamento di fatto degli investimenti, che colpisce proprio i territori con la maggiore vocazione agricola.
A questo si aggiunge l’urgenza temporale. L’obiettivo dei 2,3 miliardi di metri cubi è fissato a fine giugno 2026. Anche ipotizzando che tutte le Regioni recepissero il decreto entro l’autunno, resterebbero meno di nove mesi per autorizzare e costruire impianti in grado di contribuire in modo significativo al target. Un cronoprogramma che nella migliore delle ipotesi è tirato, nella peggiore è irrealistico. E il caso piemontese aggiunge un ulteriore strato di complessità: non si tratta solo di lentezza amministrativa, ma di una scelta politica consapevole che esclude il biometano dalle priorità energetiche regionali.
Calderoni, nell’annunciare la bocciatura del suo emendamento, ha parlato di «occasione persa». Il punto è che a perderla non è solo il Piemonte. La tecnologia della digestione anaerobica è matura, i fondi del PNRR ci sono, il potenziale di riduzione delle emissioni in agricoltura è documentato. Ma senza un quadro normativo chiaro, omogeneo e coerente con la logica territoriale della filiera, il biometano italiano rischia di restare sulla carta. E a pagare il conto, come sempre in questi casi, sono gli agricoltori e gli investitori che hanno già speso tempo e risorse per mettere in piedi progetti in attesa di regole che, a distanza di mesi, ancora non arrivano.




