L’Europa ha stanziato sei miliardi, il governo risponde con ottantadue milioni

Lo scorso 3 luglio il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha pubblicato un avviso pubblico per progetti di ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica sull’idrogeno, finanziato nell’ambito dell’iniziativa Mission Innovation 2.0. La dotazione complessiva è di 82.600.000 euro. Una cifra che, letta accanto ai numeri che circolano da mesi nei corridoi di Bruxelles, produce un effetto quasi straniante. Lo scorso marzo, infatti, la Commissione Europea ha approvato un meccanismo di supporto da 6 miliardi di euro destinato proprio all’Italia per espandere la produzione di idrogeno rinnovabile. Seimila miliardi, appunto, contro ottantadue milioni. Non è un errore di battitura: è il rapporto, più o meno di 73 a 1, tra ciò che l’Europa ha già messo sul tavolo e ciò che il governo riesce a tradurre in un bando operativo.

Un tesoretto in un mare di miliardi

L’avviso del MASE è in realtà l’approdo di un percorso partito molto prima. Il bando trova il suo fondamento giuridico in un decreto ministeriale, il n. 386, firmato il 17 novembre 2023. Sono passati quasi tre anni. In quel decreto si stabiliva l’intenzione di finanziare progetti nell’area strategica dell’idrogeno pulito, in linea con gli obiettivi della Clean Hydrogen Mission — il programma internazionale che, secondo quanto dichiarato dai suoi promotori, punta a catalizzare la collaborazione nella ricerca per una catena globale del valore dell’idrogeno pulito.

Ora quel decreto trova finalmente attuazione, ma lo fa con risorse modeste e vincoli precisi. I progetti dovranno rispondere ai criteri tecnici contenuti nel Disciplinare allegato all’avviso, con un costo totale compreso tra un minimo di 2 milioni e un massimo di 10 milioni di euro per ciascuna proposta. La scadenza per presentare le domande, attraverso la piattaforma informatica dedicata, è fissata per le ore 12 del 12 novembre 2026. Quasi quattro mesi di tempo, da oggi, per mettere insieme proposte che dovranno essere solide, strutturate e conformi a un allegato tecnico che non lascia molto spazio all’approssimazione. Sembrano tempi ragionevoli, almeno sulla carta. Ma quella cifra — 82,6 milioni — continua a pesare come un’anomalia se accostata ai 6 miliardi del via libera europeo. Viene da chiedersi se il governo abbia risposto a un bonifico milionario con un assegno da poche decine di migliaia di euro, senza che nessuno si sia preoccupato di spiegare dove siano finiti tutti gli altri soldi e quando, eventualmente, arriveranno. Ma questa cifra è solo l’ultimo tassello di un percorso partito in ritardo.

La lenta rincorsa dell’Italia sull’idrogeno

Il paradosso non si spiega senza guardare alla cronologia. La Strategia Nazionale per l’Idrogeno, il documento che dovrebbe definire priorità, obiettivi e strumenti per lo sviluppo del settore, è stata lanciata alla fine del 2024. Un anno e mezzo fa, e solo dopo che altri paesi europei avevano già strutturato le proprie filiere e avviato i primi investimenti. Il decreto del novembre 2023, quello che oggi dà gambe al bando da 82 milioni, è stato scritto prima ancora che l’Italia avesse una strategia ufficiale. È un dettaglio che racconta molto: prima si creano gli strumenti normativi, poi si decide dove andare. L’inverso di quanto ci si aspetterebbe da una pianificazione industriale degna di questo nome.

Nel frattempo, il contesto globale non ha aspettato. Già nel 2022 la Clean Hydrogen Mission aveva censito 37 hydrogen valley in tutto il mondo. Un anno dopo, a giugno 2023, il numero era più che raddoppiato: 83 progetti identificati in 33 paesi. Le hydrogen valley sono distretti integrati dove produzione, stoccaggio, trasporto e utilizzo dell’idrogeno convivono in un unico territorio. Sono il modello a cui guarda l’Europa per accelerare la transizione. E mentre Germania, Paesi Bassi e Spagna ne hanno già diverse in fase operativa o avanzata, l’Italia è ancora alle prese con un bando da poche decine di milioni che, nella migliore delle ipotesi, finanzierà attività di ricerca e sviluppo. Non impianti. Non vallate. Ricerca. In questo scenario, chi potrà davvero cogliere l’opportunità?

Chi potrà davvero partecipare?

I numeri del bando non sono solo piccoli: sono anche selettivi. Con un costo minimo per progetto fissato a 2 milioni di euro, la partecipazione è preclusa a startup, piccole imprese, spin-off universitari che non abbiano la capacità finanziaria o organizzativa per sostenere una proposta di quella portata. Il tetto massimo di 10 milioni, d’altro canto, è abbastanza contenuto da escludere i grandi progetti infrastrutturali che servirebbero per cominciare a costruire sul serio le famose hydrogen valley. Resta una fascia intermedia, fatta di medie e grandi imprese con dipartimenti di R&D già strutturati, consorzi tra università e industria, enti di ricerca che sanno navigare la burocrazia dei bandi pubblici. Sono loro i probabili destinatari di queste risorse. E viene da chiedersi: basteranno 82 milioni, spalmati su un numero inevitabilmente ristretto di progetti, per mettere in moto qualcosa che assomigli a una strategia paese? Oppure ci troveremo, tra due o tre anni, a commentare i risultati di qualche progetto pilota interessante ma isolato, mentre il treno europeo dell’idrogeno sarà già passato da un pezzo?

La domanda non è del tutto retorica. Perché i 6 miliardi approvati dalla Commissione a marzo non scompariranno: sono lì, vincolati a obiettivi precisi, e prima o poi qualcuno dovrà spenderli. Ma tra un meccanismo di supporto autorizzato e un cantiere aperto c’è di mezzo tutto: la capacità progettuale, la governance, la regia politica, la filiera industriale. L’Italia, su questo fronte, sta mandando segnali contraddittori. Da un lato incassa il via libera europeo più consistente della sua storia recente in materia di idrogeno, dall’altro annuncia un bando che ha la scala dimensionale di un esperimento. Riuscirà a riempire le sue hydrogen valley o resteranno un miraggio mentre il resto d’Europa corre?