L’idrogeno verde prodotto a Porto Marghera cerca acquirenti per le prime 50 tonnellate entro fine anno

500 bar di pressione. Uno degli elettrolizzatori più grandi d’Italia. I numeri che fanno titolo sull’impianto inaugurato nei giorni scorsi da Sapio a Porto Marghera sono tutti dalla parte dell’offerta. Eppure, il dato che conta non si misura in megawatt. Si misura in 50 tonnellate di idrogeno che qualcuno ha già promesso di comprare entro la fine dell’anno.

Il paradosso dell’idrogeno

L’impianto veneziano è tecnicamente rilevante: produce idrogeno rinnovabile certificato, compresso direttamente a 500 bar, una pressione che riduce i costi logistici perché permette di caricare più gas sullo stesso volume. Ma non è qui che si gioca la partita. Lo ha detto con chiarezza Alberto Dossi, presidente del Gruppo Sapio: «Se negli ultimi anni la priorità è stata realizzare gli investimenti e costruire gli impianti, oggi la sfida è sviluppare il mercato e creare la domanda di idrogeno rinnovabile».

Il paradosso è netto. Dopo anni in cui l’attenzione — e i finanziamenti — si sono concentrati sul lato produttivo, il collo di bottiglia si è spostato a valle. Si produce idrogeno verde, ma chi lo compra? E a quale prezzo? La tecnologia è pronta, il mercato no. È questo che rende l’impianto di Porto Marghera qualcosa di diverso da un semplice annuncio industriale: non è solo un investimento in capacità produttiva, è il primo banco di prova italiano per verificare se esista davvero uno spazio commerciale per l’idrogeno rinnovabile.

L’architettura del riuso

La risposta alla domanda su cosa distingua questo impianto sta nel come e nel dove è stato costruito. I lavori erano partiti ufficialmente nel luglio 2025 — poco più di un anno fa — ma la logica che li ha guidati viene da più lontano. Il programma che ha reso possibile l’operazione punta su siti industriali dismessi già collegati alla rete elettrica per installare elettrolizzatori alimentati da energia rinnovabile. Aree che hanno perso la loro funzione produttiva originaria, ma conservano infrastrutture di connessione: cabine, tralicci, allacci. Riutilizzarle evita i costi e i tempi delle opere di connessione ex novo, che da soli possono far deragliare la sostenibilità economica di un progetto.

Non è un dettaglio tecnico, è una strategia di contenimento dei costi che rende l’idrogeno prodotto in questi siti potenzialmente più competitivo rispetto a impianti costruiti su terreni vergini. Porto Marghera, con la sua storia di raffinazione e chimica di base, incarna l’archetipo di questa filosofia: un’eredità industriale pesante che viene convertita senza essere demolita. L’elettrolizzatore non arriva in un vuoto, arriva in un tessuto che sa già come gestire gas compressi e allacci elettrici. Ma la domanda cruciale resta aperta: chi userà questo idrogeno, e a quali condizioni economiche?

La scommessa delle 50 tonnellate

La risposta è già scritta in alcuni contratti preliminari, ma i numeri sono più una scommessa che una garanzia. Sono già stati siglati accordi commerciali per la fornitura di 50 tonnellate di idrogeno entro il 31 dicembre 2026. Cinquanta tonnellate. Per dare un ordine di grandezza, un’autocisterna di idrogeno compresso ne trasporta circa 300-400 chilogrammi alla volta: stiamo parlando di un volume che richiede un centinaio di viaggi in sei mesi, non una flotta. È poco più di un test commerciale su scala reale.

E proprio questo è il punto. Il mercato dell’idrogeno rinnovabile non esiste ancora in Italia se non sotto forma di progetti pilota e forniture dimostrative. Quei 50.000 chilogrammi sono il primo tentativo concreto di trasformare una capacità produttiva in un flusso commerciale continuativo. Non sappiamo a quali settori siano destinati — mobilità pesante, industria hard-to-abate, sostituzione dell’idrogeno grigio nella chimica — né a quale prezzo siano stati concordati. Ma sappiamo che senza questi primi acquirenti, l’elettrolizzatore di Porto Marghera sarebbe un monumento all’offerta senza domanda.

Il passaggio dalla costruzione degli impianti allo sviluppo del mercato, evocato da Dossi, non è retorica: è la fotografia di un’industria che ha finito la fase uno e deve dimostrare di saper affrontare la fase due. Le 50 tonnellate sono un segnale debole, ma sono l’unico segnale disponibile. Se le consegne partiranno davvero entro fine anno, sarà il primo termometro di un mercato che finora esisteva solo sulla carta. Se non partissero, o partissero con volumi inferiori, sapremmo che la distanza tra l’offerta e la domanda è ancora troppo grande per essere colmata con gli incentivi attuali. Tenete d’occhio quel numero: 50 tonnellate non sono un record, sono un test. E i test, a volte, dicono più dei record.