Il nodo logistico dei 70 chilometri e l’inerzia delle Regioni frenano gli investimenti
Settanta chilometri. È il raggio massimo entro cui un impianto di biometano avrebbe potuto rifornirsi di biomasse secondo l’emendamento presentato nei giorni scorsi da Mauro Calderoni, consigliere regionale del Partito Democratico in Piemonte. La proposta è stata respinta durante la discussione della legge regionale sulle aree idonee alle fonti rinnovabili, ma quel numero — 70 chilometri — resta il sintomo più nitido di un nodo che la transizione energetica in agricoltura non ha ancora sciolto. Dietro questa cifra si nasconde il vero problema del biometano italiano: non è solo questione di tecnologia, ma di geografia, logistica e conflitto sull’uso del suolo.
L’emendamento Calderoni interveniva su un punto cieco della normativa. La proposta prevedeva che gli impianti potessero approvvigionarsi di biomasse stipulando contratti con aziende agricole della provincia in cui sorgono o delle province confinanti, entro un raggio massimo di 70 chilometri. Un parametro che avrebbe ancorato ogni progetto a un bacino territoriale definito, con costi logistici misurabili e una filiera corta verificabile. Senza questo vincolo, il perimetro di approvvigionamento resta indeterminato — e con esso la possibilità di valutare la sostenibilità reale di un impianto.
Il raggio che ridisegna la campagna
Il quadro normativo di partenza è il decreto legislativo n.190 del 2024, che già nel corso dell’anno scorso aveva individuato un primo elenco di aree idonee per l’installazione di impianti a fonti energetiche rinnovabili, attribuendo contestualmente alle Regioni il compito di individuarne di ulteriori nel rispetto dei criteri stabiliti a livello nazionale. È su questo secondo livello che si sta giocando la partita più delicata: ogni Regione può allargare o restringere la mappa delle superfici disponibili, con ricadute immediate su chi progetta un impianto.
Coldiretti Cuneo, nei giorni scorsi, ha messo in guardia proprio su questo aspetto. Secondo l’organizzazione agricola, la normativa nazionale individua già in modo specifico le aree che, pur ricadendo in zona agricola, sono da ritenersi idonee, e un ulteriore ampliamento appare eccessivo. La priorità, per Coldiretti Cuneo, deve restare la produzione di cibo e la tutela del suolo agricolo, privilegiando i tetti dei fabbricati, le aree industriali dismesse e i suoli già impermeabilizzati — fermando quelle che definisce “azioni speculative” che negli ultimi anni hanno interessato anche aree produttive di pregio.
Calderoni, da parte sua, aggiunge un ulteriore tassello critico: la legge regionale piemontese appena approvata «si concentra quasi esclusivamente sull’individuazione delle aree, ma non definisce standard stringenti sulle modalità di installazione, sulle caratteristiche tecnologiche degli impianti e sul loro inserimento nel paesaggio rurale». In altre parole, si decide dove costruire senza dire come — un vuoto che lascia aperta la porta a soluzioni tecniche disomogenee e a un impatto paesaggistico privo di parametri oggettivi. Ma la definizione delle aree idonee è tutt’altro che pacifica, e basta allargare lo sguardo oltre i confini piemontesi per capire quanto il quadro sia frammentato.
La mappa a macchia di leopardo
Mentre in Piemonte si discute, cosa fanno le altre Regioni? Lo scorso aprile, a cinque mesi dall’approvazione del decreto legge 175 del 21 novembre 2025, convertito a gennaio, solo l’Umbria aveva pubblicato nel proprio bollettino la legge di recepimento. Un’unica Regione su venti aveva completato l’iter, mentre Piemonte, Molise ed Emilia-Romagna si muovevano ancora tra proposte di legge e audizioni. Il resto della Penisola restava in una zona grigia in cui le aree idonee esistono solo sulla carta del decreto nazionale, senza che alcuna Regione abbia esercitato la propria facoltà di integrarle o modificarle.
Questa inerzia produce un effetto a catena. Senza mappe regionali definitive, ogni progetto è sospeso in un limbo autorizzativo: il terreno c’è, la tecnologia pure, ma manca il fondamento giuridico per dire se un dato appezzamento sia idoneo o meno. E per chi deve investire, questa attesa si traduce in rischi concreti — il più banale dei quali è immobilizzare capitale su una superficie che la Regione potrebbe escludere con un tratto di penna tra sei mesi.
L’equazione dell’investitore
Di fronte a questa frammentazione, chi progetta un impianto di biometano deve fare i conti con variabili che vanno ben oltre la tecnologia. Il primo trade-off è tra disponibilità di terreni e conflitto con l’agricoltura: più si allarga il perimetro delle aree idonee, più si rischia di entrare in rotta di collisione con chi quei terreni li coltiva e ritiene che debbano restare destinati al cibo, non all’energia. Coldiretti Cuneo ha ribadito proprio questo principio, sostenendo che il nuovo impianto normativo rischia di ampliare in modo non equilibrato le superfici potenzialmente utilizzabili per gli impianti di biometano.
Il paradosso è che la certezza normativa — quella che servirebbe a far decollare i progetti — è esattamente ciò che manca. Un investitore ha bisogno di sapere, prima di mettere capitale sul tavolo, quali terreni sono eleggibili, con quali standard tecnici e con quali vincoli paesaggistici. Oggi, a tre giorni dal dibattito piemontese e a otto mesi dal decreto legge 175, queste risposte semplicemente non ci sono per la quasi totalità del territorio nazionale. L’Umbria è l’eccezione che conferma la regola: una sola Regione non basta a creare un mercato prevedibile.
C’è poi una questione di scala. I 70 chilometri proposti da Calderoni non sono un numero arbitrario: definiscono il bacino logistico entro cui un impianto può operare senza che i costi di trasporto delle biomasse erodano la sostenibilità economica del progetto. Senza quel vincolo — o senza un vincolo alternativo definito per legge — ogni impianto si trova a competere per le stesse biomasse su raggi potenzialmente molto più ampi, aumentando la pressione sui terreni agricoli e rendendo più difficile per gli operatori stimare i costi reali di approvvigionamento.
In attesa che la politica tracci confini certi, il biometano resta una promessa sospesa tra il calcolo logistico dei 70 chilometri e l’inerzia delle Regioni. Per chi vuole scommettere su questa fonte, il vero combustibile, oggi, è la pazienza.




