L’integrazione lampo di John Cockerill trasforma la tecnologia McPhy in produzione reale

Dalla linea di montaggio di Belfort, dove fino a un anno fa si costruivano stack McPhy, è appena uscito il primo elettrolizzatore alcalino pressurizzato da 5 MW marchiato John Cockerill Hydrogen. Stessa fabbrica, stessi operai, nuova proprietà: il trasferimento di tecnologia è già realtà. Produrre un’unità commerciale di questa taglia a distanza di soli dodici mesi da un’acquisizione significa aver assorbito brevetti, cicli di collaudo e il know-how di 51 tecnici senza fermare la manifattura. Un’integrazione verticale che pochi si aspettavano così rapida.

Il primo 5 MW: tecnologia ereditata, produzione avviata

L’elettrolizzatore appena completato è un sistema alcalino pressurizzato, la stessa architettura su cui McPhy aveva concentrato gli ultimi anni di ricerca prima di finire in procedura concorsuale. L’unità esce dallo stabilimento francese che già ospitava la produzione McPhy ed è stata realizzata con i macchinari, i brevetti e la proprietà intellettuale rilevati da John Cockerill Hydrogen nell’estate del 2025. Dentro la fabbrica il passaggio di insegna non ha interrotto le attività: i banchi di assemblaggio hanno continuato a lavorare, mentre i processi di controllo qualità venivano aggiornati per allinearsi agli standard del nuovo proprietario.

La rapidità dell’operazione non è un dettaglio secondario. In un settore dove i tempi di sviluppo di una nuova generazione di stack si misurano in anni, rilevare un intero portafoglio tecnologico e metterlo in produzione entro dodici mesi significa aver compiuto un’integrazione quasi senza attriti. John Cockerill Hydrogen ha dichiarato che l’innesto delle competenze McPhy serve proprio ad accelerare lo sviluppo delle future generazioni di elettrolizzatori. Il primo banco di prova non è un dimostratore da laboratorio, ma una commessa concreta: otto unità destinate a un nuovo progetto pianificato nei Paesi Bassi. Ma dietro la fluidità dell’esecuzione si nasconde una storia finanziaria che fa riflettere sull’eredità di McPhy.

358 milioni raccolti, 600mila euro incassati: il paradosco McPhy

Dalla fabbrica di Belfort alla finanza di Parigi: il primo elettrolizzatore è anche il simbolo di un’operazione che ha visto la fine di quello che doveva essere un campione nazionale dell’idrogeno verde. Nel corso della sua esistenza, McPhy aveva raccolto circa 358 milioni di euro tra finanziamenti pubblici e privati, bruciandoli in ricerca, sviluppo e tentativi di scalare una produzione che non ha mai raggiunto volumi sufficienti a sostenere i costi. Quando la società è diventata insolvente, gli asset sono stati ceduti a John Cockerill Hydrogen per soli 600mila euro: un moltiplicatore di quasi 600 a 1 tra capitale raccolto e valore di realizzo.

La cifra, per quanto contenuta, racconta una verità scomoda dell’industria dell’idrogeno: la tecnologia ha valore solo se inserita in una struttura capace di industrializzarla. John Cockerill non ha comprato un’azienda in perdita, ha comprato proprietà intellettuale, personale specializzato e una linea produttiva già avviata, lasciando debiti e passività nel perimetro della vecchia McPhy. Non solo: secondo quanto riportato dall’AFP, il governo francese ha concesso 50 milioni di euro in aiuti di stato a John Cockerill, una cifra che supera di oltre ottanta volte il prezzo pagato per gli asset. Un paradosso che solleva interrogativi sulla reale capacità dei fondi pubblici di creare valore industriale quando manca un percorso chiaro verso la produzione di massa.

Il dato tecnico va letto in controluce: un elettrolizzatore alcalino pressurizzato da 5 MW non è una novità assoluta sul mercato, ma il fatto che John Cockerill sia riuscito a produrlo in tempi brevi con tecnologia acquisita dimostra che il problema di McPhy non era l’ingegneria. Era la struttura finanziaria e commerciale. Ora la domanda è se questa tecnologia, innestata in un gruppo che già dispone dello stabilimento Suzhou CJH, con una capacità produttiva di 1 GW all’anno — attualmente il più grande impianto al mondo dedicato alla produzione di elettrolizzatori — possa reggere il passo contro avversari che non hanno perso tempo.

La sfida di Nel e l’occasione olandese

La partita dell’idrogeno verde si gioca sulla rapidità di esecuzione e sulla capacità di scalare. John Cockerill ha messo a segno un’integrazione lampo, portando dalla progettazione alla fabbrica un elettrolizzatore funzionante in dodici mesi — un risultato concreto che pochi potevano anticipare quando l’acquisizione fu annunciata. Ma la vera prova sarà sul campo, in Olanda, dove i megawatt dovranno trasformarsi in chilogrammi di idrogeno prodotti a costi competitivi e con un’affidabilità che nessun test di fabbrica può certificare da solo.