Il sorpasso della Francia nel 2025 evidenzia la fragilità del mercato italiano dei tetti

3.093 megawatt di fotovoltaico in sei mesi. È il numero che emerge dai dati Gaudì di Terna per il primo semestre 2026, un dato che a prima vista rassicura chi temeva un rallentamento dopo la contrazione del 2025. Da gennaio a giugno, in Italia sono stati installati circa 82mila impianti rinnovabili per 3.426 MW di nuova capacità complessiva, di cui il fotovoltaico fa la parte del leone con 3.093 MW. A giugno l’aggiunta mensile è stata di 533 MW, in accelerazione rispetto ai 493 MW di maggio. Ma basta scorrere la ripartizione per tensione per capire che la partita vera si gioca su un campo diverso da quello a cui eravamo abituati.

Quanto pesa la media tensione

Il dettaglio tecnico che cambia la lettura del dato è la composizione di quei 3.093 MW: 688 MW sono allacciati in alta e altissima tensione, 1.506 MW in media tensione e 898 MW in bassa tensione. La prevalenza dei sistemi in media tensione non è una curiosità da addetti ai lavori: indica che il traino principale viene da impianti commerciali e industriali, coperture di capannoni, parcheggi, sistemi a terra di taglia intermedia. Il residenziale — quello che per anni ha alimentato la crescita con il segmento dei tetti — sta perdendo peso specifico nella potenza installata, anche se mantiene volumi alti in numero di impianti.

La bassa tensione, dove si concentrano le installazioni domestiche sotto i 20 kW, ha contribuito con meno di 900 MW sui tremila totali. Non è un crollo, ma è un segnale di come il baricentro si stia spostando verso taglie più grandi. Per chi progetta e installa, questo significa logiche di connessione più complesse, iter autorizzativi diversi, tempi di ritorno che dipendono meno dagli incentivi domestici e più dalla struttura dei prezzi dell’energia e dai contratti PPA. Una trasformazione strutturale che porta efficienza, ma anche fragilità: quando un mercato dipende da poche centinaia di impianti medio-grandi invece che da decine di migliaia di piccoli cantieri, ogni ritardo autorizzativo o intoppo finanziario pesa molto di più sulla traiettoria annuale.

L’illusione della rincorsa

Il 2025 è stato un anno di battuta d’arresto, e il 2026 sembra ripartire con numeri simili a quelli del 2024. Ma non illudiamoci. Lo scorso anno, secondo i dati di Italia Solare, la potenza fotovoltaica connessa è stata di 6.437 MW, con un calo del 5% rispetto al 2024. Era dal 2013 — a parte il 2020 anno del Covid — che non si registrava una riduzione della potenza connessa rispetto all’anno precedente. Il rimbalzo del primo semestre 2026, con 3.093 MW in sei mesi, proietta un anno in linea con i valori pre-2025, ma restiamo lontani dalla traiettoria necessaria.

Il confronto europeo è impietoso. Germania e Spagna hanno mantenuto la loro posizione di leadership come i maggiori mercati solari dell’Unione, mentre la Francia ha superato l’Italia diventando il terzo mercato più grande dell’UE proprio nel 2025. Il sorpasso francese non è un dettaglio statistico: è il sintomo di un mercato italiano che ha visto il segmento dei tetti contrarsi bruscamente dopo la fine dei regimi di sostegno, mentre altri Paesi hanno saputo mantenere volumi distribuiti più costanti.

A livello comunitario, nel 2025 sono stati installati 65,1 GW di nuovo fotovoltaico, raggiungendo l’obiettivo intermedio di 400 GW cumulati. Ma l’obiettivo di 750 GW al 2030 è probabilmente fuori portata, secondo il rapporto di SolarPower Europe. L’Italia, con i suoi 79,173 GW fissati dal Pniec per il 2030, si trova nella stessa condizione: il ritmo attuale non basta. Già nel primo trimestre 2026, Paolo Rocco Viscontini osservava che la tendenza al ribasso del 2025 non rifletteva la crescita necessaria per centrare l’obiettivo. I sei mesi successivi confermano quella lettura.

Il vero nodo: chi installerà i GW che mancano

Il PNIEC fissa l’asticella a 79 GW. La strada è segnata, ma mancano gambe per correre. Il segmento utility-scale — gli impianti in alta e altissima tensione, 688 MW nei primi sei mesi — può fare da traino, e in parte lo sta già facendo. Ma da solo non basta. Per colmare la distanza servono volumi consistenti anche dal segmento distribuito, quello in media e bassa tensione che oggi vede il residenziale in affanno.

Chi progetta impianti sa che la pipeline del utility-scale ha tempi lunghi: due, tre anni tra autorizzazione e connessione. I 79 GW al 2030 sono a meno di quattro anni da oggi. Significa che gli impianti che entreranno in esercizio entro il 2030 devono essere già in fase autorizzativa avanzata, o quanto meno con un progetto definito e un punto di connessione accettato. Il canale dei tetti, invece, ha cicli molto più brevi: sei mesi tra firma del contratto e allaccio. Riaprirlo significherebbe immettere potenza nella rete con un’inerzia molto più bassa, compensando eventuali ritardi sui grandi impianti.

Ma riattivare il canale distribuito richiede condizioni che oggi non ci sono: regimi di sostegno stabili per le famiglie, semplificazione delle procedure per le comunità energetiche, integrazione con l’accumulo. Senza questi elementi, la crescita resta appesa alla domanda industriale e ai grandi progetti a terra. Funziona finché funziona, ma è una traiettoria fragile.

Per arrivare a 79 GW non basta accelerare: serve riaprire il cantiere dei tetti, perché la rincorsa non può essere affidata solo ai grandi impianti. I numeri del primo semestre 2026 dicono che il fotovoltaico italiano ha ripreso fiato. Ma la composizione per tensione racconta una storia diversa, e il cronometro del 2030 non aspetta.