Il progetto mantovano sfrutta i fondi del PNRR per la conversione di due impianti esistenti
Dieci milioni di euro. È la cifra che la Cooperativa Speranza di Mantova ha investito per portare a termine la conversione dei primi due impianti, da biogas a biometano, tra il 2024 e il 2026, con i fondi del PNRR a coprire parte dell’operazione. Sulla carta è un upgrade di processo: si smette di bruciare il gas in cogeneratori per fare elettricità e si comincia a ripulirlo per immetterlo nella rete Snam. In pratica, è una scelta di purezza che cambia tutto — il prodotto, il mercato, i margini e la platea degli investitori che bussano alla porta.
La chimica della scelta
La Cooperativa Speranza conosce bene la differenza tra i due mondi. Il primo impianto di biogas, destinato alla sola generazione elettrica, lo aveva acceso nel 2008. Per quasi quindici anni ha funzionato con la logica classica del settore agricolo: matrici organiche in digestione anaerobica, metano al 50-55% inviato ai motori, kilowattora immessi in rete con gli incentivi del Conto Energia. Una filiera lineare, matura, ma vincolata a un rendimento elettrico che raramente supera il 38-40% e a un calore che nella bella stagione nessuno sa come utilizzare.
Convertire quegli stessi digestori al biometano significa inserire a valle una sezione di upgrading — membrane o lavaggi ad ammine che separano l’anidride carbonica dal metano fino a ottenere una purezza superiore al 95%, compatibile con gli standard di immissione in rete. Non è un’aggiunta marginale: è un impianto chimico vero e proprio, con compressori, colonne di adsorbimento e sistemi di analisi in continuo. L’investimento di 10 milioni per due siti dà la misura della complessità. E il prodotto finale non è più un vettore termico da consumare in loco, ma una molecola fungibile — il biometano — che può essere compressa, liquefatta o venduta sul mercato dei certificati. In Italia il primo impianto agricolo di biometano liquefatto era stato avviato nel 2020, segnando il passaggio dalla sperimentazione alla cantieristica reale. Oggi, nel 2026, la conversione dei siti mantovani conferma che il modello è replicabile su impianti nati per un’altra epoca normativa.
I miliardi che seguono la molecola
La risposta al perché tutto questo accada proprio ora sta nei numeri che hanno riscritto l’economia del metano rinnovabile. Nel 2024, secondo il report Renewables 2025 dell’IEA, la produzione di biometano nell’Unione Europea è aumentata del 14%. Non è un caso: l’UE ha fissato un obiettivo di 35 miliardi di metri cubi al 2030, e l’Italia, con il PNIEC, punta a 5,2 miliardi di metri cubi di produzione nazionale annua nello stesso orizzonte. Sono target che per essere raggiunti richiedono una moltiplicazione degli impianti esistenti — non un’evoluzione graduale, ma uno scaling industriale.
A trainare la corsa ci sono anche i prezzi. Alla fine del 2025, secondo i dati raccolti da Marex, le quotazioni del biometano sono più che raddoppiate, spinte dalla domanda di settori regolati come FuelEU Maritime e dal mercato volontario dei certificati. Quando il prodotto vale il doppio, i conti industriali cambiano radicalmente: i tempi di ritorno degli investimenti si accorciano e i capitali globali iniziano a guardare a ciò che fino a pochi anni prima era un comparto di nicchia presidiato da agricoltori e utility locali.
Il caso più emblematico è Verdalia Bioenergy, la piattaforma creata nel febbraio 2023 da Goldman Sachs Asset Management con l’obiettivo di investire oltre un miliardo di euro nel settore europeo del biometano. L’operazione ha avuto un’accelerazione concreta nel dicembre 2024, quando Verdalia ha acquisito cinque nuovi impianti in fase di sviluppo avanzato tra Lombardia e Veneto, diventando in un colpo solo uno dei maggiori operatori italiani. Non si tratta più di scommesse esplorative: sono acquisizioni mirate su progetti già autorizzati, con connessioni di rete prenotate e contratti di fornitura in negoziazione.
A monte di tutto questo c’è la leva pubblica: l’investimento 1.4 del PNRR dedicato allo sviluppo del biometano vale complessivamente 1,923 miliardi di euro. Risorse che finanziano sia la costruzione di nuovi impianti sia, come nel caso della Cooperativa Speranza, la riconversione di quelli esistenti. Un meccanismo che funziona da moltiplicatore: ogni euro pubblico attiva capitali privati, e ogni impianto convertito sposta la produzione nazionale verso l’obiettivo del 2030.
Cosa cambia in campo
Se i capitali arrivano e gli obiettivi si fanno stringenti, chi sta sul campo deve fare i conti con una complessità gestionale che il vecchio biogas non conosceva. Un impianto a biometano non perdona variazioni nella qualità della matrice organica: la sezione di upgrading richiede una composizione del biogas stabile, con concentrazioni di metano e contaminanti entro finestre operative strette. La Cooperativa Speranza lo sa bene: gestire digestori alimentati con sottoprodotti agricoli e reflui zootecnici — materiali la cui composizione cambia con le stagioni — significa presidiare la biologia del processo con un’attenzione che l’impianto del 2008, fermo alla sola produzione elettrica, non richiedeva.
E poi c’è la questione della taglia. I due impianti mantovani, nati in un’epoca in cui la taglia media del biogas agricolo italiano si aggirava sui 500-700 kW elettrici, oggi si trovano a competere con i progetti industriali che Verdalia e altri player stanno sviluppando in Lombardia e Veneto: siti da 4-5 megawatt di capacità produttiva, pensati fin dalla progettazione per il biometano. La conversione funziona, ma ha costi marginali più alti rispetto a un impianto nativo. E in uno scenario in cui i prezzi corrono ma la regolazione europea evolve rapidamente, la differenza tra un retrofit e un greenfield può diventare il margine che separa un operatore agricolo da un fondo infrastrutturale.
Il biometano non è più una nicchia: è un’industria. Ma tra obiettivi al 2030 e prezzi che corrono, chi sta sul campo deve fare i conti con la chimica, non solo con la finanza.




