L’accordo con Dakar era stato firmato nell’ottobre 2025 ma era rimasto in attesa di ratifica per oltre otto mesi
258 giorni. Tanto ha impiegato il governo a portare all’esame del Consiglio dei ministri l’accordo di cooperazione in materia di sicurezza firmato con il Senegal il 29 ottobre 2025 a Dakar. Un numero che racconta la distanza tra la diplomazia delle missioni e i tempi della macchina legislativa, e che fissa l’asticella per il prossimo futuro della politica africana italiana. Lunedì 14 luglio, l’ordine del giorno della riunione convocata a Palazzo Chigi includeva finalmente lo schema di disegno di legge per la ratifica, insieme ad altri provvedimenti che spaziano dalla sicurezza giovanile alla recezione di direttive europee. Ma il piatto forte di quella seduta, in una prospettiva di strategia nazionale, era proprio il dossier senegalese, rimasto in attesa per oltre otto mesi.
La firma di Dakar, apposta nel quadro di una missione congiunta del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, aveva suscitato attese immediate. L’accordo bilaterale sulla sicurezza era il primo tassello di una partnership che il governo ha definito prioritaria per la cooperazione allo sviluppo e che, a partire da gennaio 2025, è entrata ufficialmente a far parte del Piano Mattei. Da allora, però, il testo era rimasto incagliato nelle procedure interministeriali, fino alla convocazione del 14 luglio.
La lentezza dell’iter non è di per sé una novità per i trattati internazionali, ma il caso Senegal assume un significato particolare. Mentre l’esecutivo discuteva anche uno schema di disegno di legge su sicurezza e disagio giovanile e un decreto legislativo per il recepimento della direttiva europea sul recupero dei beni, la ratifica dell’intesa africana diventava il segnale concreto di un’accelerazione politica. Dopo l’inserimento del Senegal nel Piano Mattei – presentato come il perno della nuova proiezione italiana nel continente – la mancata ratifica rischiava di trasformarsi in una contraddizione imbarazzante. Ora, invece, il disegno di legge arriva in Consiglio dei ministri, pronto per essere trasmesso alle Camere.
La scommessa Senegal
Perché proprio il Senegal? La risposta va cercata nel ruolo che Dakar si è ritagliata nella strategia africana dell’Italia. È un partner consolidato per la cooperazione allo sviluppo, punto di approdo di flussi migratori e snodo geopolitico nell’Africa occidentale. L’inserimento nel Piano Mattei, annunciato all’inizio del 2025, ha trasformato quella relazione in un banco di prova per l’effettiva capacità del governo di trasformare gli annunci in progetti esecutivi. L’accordo di sicurezza è il primo mattone: prevede cooperazione operativa, scambio di informazioni e, presumibilmente, il rafforzamento delle capacità locali di controllo del territorio, tutti temi cari sia al Viminale sia alla Farnesina.
I documenti ufficiali mostrano che la missione di Dakar dell’ottobre 2025 aveva portato anche a un forum imprenditoriale e a incontri con gli ambasciatori italiani in Africa, a conferma di un interesse che va oltre la sola dimensione securitaria. Ma era proprio l’intesa sulla sicurezza a essere il risultato più tangibile, quello che ora può finalmente uscire dalla fase negoziale e diventare legge dello Stato. La ratifica, quando arriverà, impegnerà l’Italia a stanziamenti e a una collaborazione strutturata, dando al Senegal un segnale politico di affidabilità che altri partner del continente osserveranno con attenzione.
Nulla ancora trapela sui contenuti tecnici dell’accordo, ma il solo fatto che il governo abbia deciso di rompere l’impasse a metà luglio 2026 – in un Consiglio dei ministri denso di provvedimenti anche su sicurezza interna e recepimento di norme europee – suggerisce che la tempistica non è casuale. Il disegno di legge sulla sicurezza giovanile e l’esame preliminare per la confisca dei beni indicano che l’esecutivo sta cercando di confezionare un pacchetto organico in materia di ordine pubblico, dentro il quale il tassello africano si inserisce con una sua logica. Resta da vedere se il modello della cooperazione con il Senegal sarà replicato in altri dossier, a partire da quelli già annunciati nel Piano Mattei.
I prossimi dossier
Se l’iter del Senegal è un indicatore, allora la seconda metà del 2026 sarà cruciale per misurare la tenuta del Piano Mattei. Quello che fino a pochi mesi fa era un insieme di dichiarazioni e intese quadro oggi comincia a produrre i primi passaggi parlamentari. La ratifica dell’accordo di sicurezza non risolve da sola i nodi del finanziamento e dell’implementazione, ma spezza una dinamica di annunci reiterati che rischiava di logorare la credibilità italiana nel continente.
Il fatto che il Consiglio dei ministri abbia collocato la misura accanto a provvedimenti di politica interna non è una coincidenza: segnala che l’approccio del governo intende saldare la dimensione esterna della sicurezza alla gestione domestica dei flussi e della prevenzione. Mentre si discute di protezione dei minori e di riorganizzazione delle forze di polizia, l’accordo con Dakar diventa lo strumento per presidiare i confini esterni e consolidare un partner affidabile. Nel medio periodo, però, la vera sfida sarà dare gambe agli altri pilastri del Piano – energia, agricoltura, formazione – senza i quali il capitolo sicurezza resta una gamba sola.
Il 2026 sarà l’anno in cui il Piano Mattei uscirà dalla fase degli annunci, aveva promesso il governo. La convocazione del 14 luglio offre un primo riscontro. Ma la differenza tra un piano strategico e una collezione di iniziative si giocherà tutta sull’esecutività che seguirà. I numeri dei prossimi mesi – quanti accordi ratificati, quanti progetti avviati, quale volume di risorse effettivamente mobilitate – diranno se la scommessa africana dell’Italia è vinta o soltanto annunciata.




