L’operazione da 39,3 milioni con UniCredit segna il passaggio dell’agrivoltaico ad asset class finanziabile

Tre bandi, tre vittorie: 64 MW nell’Agrivoltaico Avanzato, 14 MW nel FER X Transitorio, 47 MW nel FER X NZIA. Non è un portafoglio qualsiasi, quello che Vexuvo si è costruita nel 2025, ma una selezione di progetti disegnati attorno a specifiche tecniche che non lasciano spazio ad approssimazioni — distanza tra le file, altezza dei moduli, monitoraggio della produttività agricola. Lo scorso 14 luglio è arrivata la controprova che quelle specifiche non sono solo voce di capitolato: UniCredit ha perfezionato con Vexuvo un’operazione di project finance del valore complessivo di 39,3 milioni di euro, finalizzata alla realizzazione di quattro impianti agrivoltaici. La notizia segna il passaggio di questa tecnologia dalla sperimentazione all’asset class bancabile, con implicazioni che vanno ben oltre il closing.

Dall’asta al closing: la trazione silenziosa dell’agrivoltaico

L’operazione con UniCredit non nasce dal nulla. Vexuvo, fondata nel 2022 da Greenergy Group e FF Ventures, ha accumulato in tre anni di attività una pipeline di circa 3 GW: oltre 800 MW di progetti agrivoltaici e 2,2 GW di progetti Battery Energy Storage System. I fondatori portano in dote più di vent’anni di esperienza lungo l’intera catena del valore delle rinnovabili, e la traiettoria lo conferma. Nel corso del 2025 l’azienda ha ottenuto l’autorizzazione per circa 100 MW di nuovi impianti agrivoltaici, di cui 30 MW sono già in costruzione. Le aggiudicazioni nei tre bandi — Agrivoltaico Avanzato, FER X Transitorio e FER X NZIA — hanno completato il quadro, dimostrando che la pipeline non è fatta di carta ma di progetti che superano il vaglio competitivo delle aste pubbliche. Aggiudicarsi capacità in meccanismi disegnati attorno a requisiti stringenti di integrazione agricola significa aver risolto, in fase di progettazione, i nodi che tipicamente fanno deragliare un progetto agrivoltaico: dall’ombreggiamento parziale alla continuità della resa colturale.

A luglio dello scorso anno, peraltro, Vexuvo aveva già dimostrato di saper monetizzare la propria pipeline sul fronte storage, cedendo un portafoglio di progetti BESS stand-alone da 1,5 GW a ContourGlobal, operatore londinese con ambizioni italiane. La combinazione — vendita di asset storage su larga scala e finanziamento del portafoglio agrivoltaico — delinea il profilo di uno sviluppatore che si muove su entrambi i fronti della transizione energetica con la stessa logica: ottenere autorizzazioni, vincere aste, chiudere finanziamenti. Il project finance con UniCredit è il terzo anello di questa catena, e sposta l’asticella per chiunque operi nel segmento. Ma Vexuvo non è sola: il panorama competitivo si sta affollando, e i numeri parlano chiaro.

Il termometro del mercato: chi finanzia cosa

Nel frattempo, altri player hanno già mosso pedine analoghe. Già a inizio 2025 Matrix Renewables, piattaforma globale partecipata da TPG Rise, aveva chiuso con UniCredit un finanziamento non-recourse da 40 milioni di euro per sei impianti solari fotovoltaici in Italia — struttura analoga, taglio quasi identico, ma applicata al fotovoltaico a terra tradizionale. A ottobre dello stesso anno, UniCredit ha concesso un finanziamento green da 62,9 milioni di euro a GRV Assets 2 S.r.l., società interamente controllata da GR Value S.p.A., per sei nuovi impianti solari: un’operazione assistita da garanzia SACE e certificata in conformità ai Green Loan Principles. L’importo sale, ma la specializzazione resta sul solare convenzionale.

Sul fronte specificamente agrivoltaico, la scala cambia: NextEnergy Capital ha acquisito tramite il fondo NextPower V ESG il più grande progetto agrivoltaico italiano, un impianto da 73 MW in Campania, per poi finanziarlo — con un’operazione da 93 milioni di euro, sempre targata UniCredit — sotto il nome di Terra del Sole. La cifra, più che doppia rispetto a quella ottenuta da Vexuvo, riflette la dimensione del singolo asset e la maturità del fondo acquirente, ma il denominatore comune è evidente: l’agrivoltaico e il solare stanno attirando finanziamenti con strutture e spread sempre più simili. Se il costo del denaro è ormai standardizzato tra le due tecnologie, la differenza la fa l’esecuzione. Ed è qui che il progetto Vexuvo offre indicazioni precise su cosa separa un dossier bancabile da uno che non arriva al closing.

Cosa cambia per chi installa e gestisce

A parità di spread, il fattore discriminante diventa l’esperienza sul campo. Non si tratta più di aggiungere pannelli a un campo coltivato: significa progettare la distanza tra i filari in funzione dell’ombreggiamento parziale che le colture possono tollerare senza cali di resa, dimensionare l’altezza dei moduli per consentire il passaggio dei mezzi agricoli, prevedere sistemi di monitoraggio che dimostrino, mese dopo mese, che la produzione agricola non scende sotto le soglie previste dai bandi. Le vittorie di Vexuvo nelle aste — in particolare i 64 MW nel bando Agrivoltaico Avanzato — non sono un certificato di partecipazione ma la prova che queste variabili sono state modellizzate, discusse con gli agricoltori e tradotte in layout cantierabili. La banca, quando apre la due diligence, non guarda solo il P50 della producibilità elettrica: verifica che l’impianto sia progettato per restare in esercizio con entrambi i flussi di ricavo attivi — energia e produzione agricola — per tutta la durata del finanziamento.

Il caso Vexuvo mostra anche che la scala conta, ma non è tutto. I quattro impianti finanziati con 39,3 milioni non competono per dimensione con il colosso da 73,5 MW di NextEnergy, eppure hanno ottenuto condizioni di finanziamento comparabili. Il motivo è nella qualità del portafoglio autorizzativo e nella diversificazione tra meccanismi di supporto: avere progetti sotto il regime Agrivoltaico Avanzato — che richiede integrazione spinta — e altri sotto FER X — dove i requisiti tecnici sono diversi ma comunque presidiati — significa offrire alla banca un rischio regolatorio distribuito. La pipeline BESS, per quanto oggetto di una cessione separata, ha probabilmente rafforzato il profilo dello sviluppatore, dimostrando capacità di execution su tecnologie complementari e una strategia di rotazione degli asset già collaudata.

Per chi sviluppa agrivoltaico in Italia, il messaggio è silenzioso ma definitivo. La progettazione agrivoltaica — distanza tra i filari, ombreggiamento parziale, monitoraggio della resa agricola — non è più un requisito normativo da soddisfare per accedere agli incentivi, ma il moltiplicatore del costo del denaro. I finanziatori hanno ormai metriche per confrontare un progetto che integra seriamente l’agricoltura da uno che la dichiara solo nei documenti. E in un mercato dove lo spread sul debito si è ormai standardizzato attorno a valori simili per fotovoltaico a terra e agrivoltaico, chi trascura quelle metriche semplicemente esce dal tavolo del project finance —
senza nemmeno accorgersi che il tavolo si è spostato.