Il limite dello 0,8% della superficie agricola utilizzata è il più basso consentito dalla normativa nazionale

5.828 megawatt di nuova potenza da fonti rinnovabili da installare da qui al 2030. Seimilaottocento ettari di campi dove farlo, quasi tutti concentrati nella Pianura Padana. I numeri della transizione energetica in Veneto si guardano e non si sommano: la proposta di legge che la giunta regionale ha illustrato agli stakeholder la scorsa settimana ha fissato il limite massimo delle ulteriori aree idonee allo 0,8 per cento della SAU, la Superficie Agricola Utilizzata regionale. Tradotto in ettari, significa 6.681,84. Una superficie che equivale a poco più di novemila campi da calcio, sulla quale si dovrà concentrare la gran parte della potenza aggiuntiva minima imposta a livello nazionale: quei 5.828 megawatt che per il Veneto rappresentano un obbligo, non un auspicio.

Il calcolo dà le vertigini perché il terreno è una variabile che le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici consumano in fretta, anche solo per autoconsumo. Il Veneto ha una SAU di 835.231 ettari. Il limite dello 0,8 per cento è il più basso consentito dalla normativa statale: la giunta ha scelto il margine minimo, quello che sulla carta protegge più suolo agricolo. A livello comunale il tetto sale al 2 per cento, con la possibilità per i sindaci di spingersi fino al 3 per cento soltanto se gli impianti sono destinati all’autoconsumo industriale o alle Comunità energetiche rinnovabili. Una franchigia pensata per le imprese, che temono di restare senza energia a prezzi competitivi, e per un modello di generazione distribuita che finora è rimasto più sulla carta che nei chilowattora prodotti.

La partita della Pianura Padana: chi vince e chi perde

Il Veneto non è solo. La Lombardia, con la legge regionale 10/2026, ha già limitato le aree agricole per impianti rinnovabili allo 0,8 per cento della SAU regionale. Il Piemonte ha depositato un disegno di legge che si basa sul decreto legislativo 190/2024, lo stesso impianto normativo che fa da cornice alla proposta veneta. Tre regioni, un identico istinto: blindare il suolo agricolo, chiudere la porta al fotovoltaico a terra che già a maggio 2024 il Decreto 63/2024 aveva vietato su larga parte dei terreni agricoli, e provare a dirottare gli impianti su tetti, aree industriali dismesse, cave, superfici marginali.

La scelta ha una sua logica, cucita addosso a un territorio dove la terra fertile è un asset economico e identitario. Ma si scontra con una pressione che arriva da Bruxelles: l’Unione europea ha stabilito che il 42,5 per cento dell’energia del blocco provenga da fonti rinnovabili entro il 2030, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica vent’anni dopo. I megawatt vanno installati, e le regioni della Pianura Padana sono il baricentro della domanda elettrica nazionale: industria, logistica, distretti produttivi che chiedono energia e che sempre più spesso provano a prodursela da soli. L’autoconsumo industriale è l’unica valvola che la proposta veneta allenta, ma è una valvola che apre uno spazio minimo, negoziabile comune per comune, e che rischia di trasformare la ricerca di un ettaro disponibile in una gara al ribasso fra territori.

Per le aziende agricole la posta in gioco è doppia: da una parte c’è il timore che i pannelli mangino campi già stressati da siccità e cambiamento climatico, dall’altra c’è la possibilità di integrare il reddito cedendo porzioni di terreno o partecipando a Comunità energetiche. Il legislatore veneto prova a tenere insieme le due cose, ma il punto di equilibrio è sottile: se i megawatt necessari non trovano spazio sullo 0,8 per cento, il sistema si inceppa, e a quel punto qualcuno dovrà decidere se sforare i limiti o rinunciare a una fetta di target. Non è un dibattito accademico: è la differenza fra accedere ai fondi del PNRR, rispettare le scadenze europee e non esporre l’Italia a procedure di infrazione che hanno già punito altri Stati membri.

E adesso? La domanda che nessuno vuole porsi

La proposta di legge sta per approdare in consiglio regionale, dove verrà emendata e dove le pressioni incrociate di associazioni agricole, industriali e ambientaliste troveranno una prima sintesi. Resta una domanda che il testo evita di affrontare in modo esplicito: se lo 0,8 per cento non bastasse, che cosa succede? La normativa nazionale fissa un minimo, non un massimo: il Veneto ha scelto di stare sul limite più basso, ma nessuno sa dire se quei 6.681 ettari siano sufficienti a ospitare 5.828 megawatt senza concentrare gli impianti in poche aree ad alta densità, con tutto quello che ne consegue in termini di impatto paesaggistico e accettazione sociale.

L’alternativa è che i megawatt restino sulla carta, che la corsa al 2030 perda velocità e che il conto dell’inerzia lo paghino le imprese, con bollette più salate, e i cittadini, con un sistema energetico che continua a dipendere dal gas. Il Veneto ha scelto la strada più stretta per la transizione. Ora la sfida è evitare che diventi un vicolo cieco.