Il COP di 6,1 è un picco parziale, ma la macchina produce 59°C anche a -10°C

Il dato che colpisce, a prima lettura, è un coefficiente di prestazione fino a 6,1. Annunciata lo scorso 2 luglio, la nuova pompa di calore air-to-water a CO₂ di Panasonic riscrive i riferimenti della categoria, ma il numero va maneggiato con cautela: un COP massimo, da solo, non dice quasi nulla delle prestazioni quando il termometro esterno scende sottozero e il sistema deve spingere acqua calda sanitaria a temperature utili. È lì che la macchina si gioca la credibilità progettuale.

Il COP che rompe le righe

Il modello di punta della gamma eroga una potenza termica di 6 kW. Il COP dichiarato di 6,1 non è un valore misurato in condizioni di pieno carico a -7°C, cioè lo scenario tipico che manda in crisi molti compressori scroll o rotativi: è invece un picco raggiungibile in regime di carico parziale, laddove lo scambiatore a CO₂ lavora in modo più disteso e la differenza di temperatura tra sorgente e mandata si riduce. La vera notizia, per chi progetta impianti, sta altrove: stando ai dati diffusi dall’azienda, la macchina è in grado di produrre acqua calda a 59°C con una temperatura dell’aria esterna di -10°C. Non acqua tiepida, ma acqua pronta per accumuli sanitari e terminali a radiatori, a una temperatura che azzera il rischio legionella senza bisogno di integrazioni elettriche. Significa che in un inverno alpino o appenninico, questa pompa resta operativa quando molte unità a refrigerante R290 o R32 iniziano a perdere colpi.

Il dato si traduce in una riduzione reale del fabbisogno di backup: se a -10°C riesci ancora a consegnare 59°C, l’elemento resistivo da cassetto — che nelle installazioni tradizionali entra in funzione proprio per coprire i picchi di domanda a bassa temperatura — può restare spento per molte più ore all’anno. Il che sposta il rendimento stagionale, quello che in bolletta conta davvero, ben oltre la suggestione del COP massimo. Ma un coefficiente di prestazione elevato in condizioni standard è solo metà della storia. L’altra metà è come la macchina si comporta quando il termostato scende.

Sole previsto, acqua calda assicurata

Dietro le quinte, però, c’è un’infrastruttura che rende questa pompa di calore non solo efficiente, ma intelligente. Già a fine 2024, Panasonic aveva presentato il sistema Ohisama Eco Cute, una pompa di calore residenziale che integra un’app dedicata per acquisire le previsioni di irraggiamento solare del giorno successivo. Quei dati vengono usati per anticipare il momento migliore in cui avviare il riscaldamento dell’acqua, concentrando i consumi nelle ore di maggiore disponibilità fotovoltaica e riducendo i prelievi dalla rete. Non è automazione generica, è logica predittiva applicata a un elettrodomestico termico: l’algoritmo decide quando scaldare l’accumulo in base a ciò che il cielo farà domani, non a ciò che rileva il sensore di irraggiamento in tempo reale.

La nuova air-to-water a CO₂ si inserisce in questa traiettoria tecnologica, ma è sostenuta anche da una scala produttiva che pochi concorrenti possono eguagliare. Panasonic ha avviato le operazioni in un nuovo edificio del suo stabilimento ceco, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere 700.000 unità di pompe di calore all’anno da quell’impianto. Numeri da produzione di massa, che lasciano intravedere una strategia di penetrazione aggressiva sul mercato europeo delle ristrutturazioni e delle nuove costruzioni a basso impatto. La conferma era già arrivata durante la conferenza stampa tenuta il 25 marzo scorso a MCE 2026 a Milano, dove l’azienda ha illustrato la propria strategia HVAC&R continentale e anticipato diversi prodotti, tra cui questa stessa pompa di calore, in un contesto che puntava esplicitamente alla transizione energetica degli edifici.

L’integrazione tra capacità predittiva e scala industriale non è un dettaglio: progettare un impianto fotovoltaico con pompa di calore significa oggi poter contare su un sistema che sa quando assorbire energia, e che sarà disponibile in volumi tali da non restare una nicchia per appassionati. Resta da chiedersi: rispetto ai concorrenti, il differenziale di prestazioni basta a giustificare la scelta?

La sfida silenziosa

Confrontiamola con la Sanden Eco Plus, che fino a ieri era il benchmark del segmento CO₂. La Sanden dichiara un COP di 5,96 e un funzionamento a 37 dB — lo stesso livello di pressione sonora che Panasonic attribuisce al suo nuovo modello. Sul fronte della silenziosità, quindi, le due macchine sono sovrapponibili, ed entrambe evitano l’effetto “ronzio notturno” che affligge molte unità con ventilatori meno curati nell’aerodinamica. Ma il nuovo prodotto Panasonic aggiunge due elementi che l’installatore valuterà con attenzione: una garanzia di 10 anni su ricambi e manodopera, che copre l’intero ciclo di vita atteso in una residenza tipica, e la capacità di spingere acqua a 59°C fino a -10°C, un dato che la scheda tecnica Sanden non evidenzia con la stessa enfasi.

Per chi posa impianti, la garanzia decennale non è marketing: sposta il rischio economico di un’eventuale riparazione dal cliente all’azienda produttrice, semplificando la proposta commerciale e riducendo la diffidenza verso una tecnologia a CO₂ ancora percepita come “diversa” rispetto ai cicli a propano o butano. Quanto al rumore, 37 dB(A) corrispondono all’incirca al fruscio di una conversazione sommessa in una stanza; installata in un giardino urbano o su un balcone tecnico, la macchina non attiverà conflitti condominiali — un aspetto che nelle città ad alta densità abitativa sta diventando dirimente tanto quanto il COP.

In un mercato dove il COP massimo diventa marketing, la partita si gioca sul rumore, sulla garanzia e su quanto calore sei ancora in grado di spostare a -10°C. Qui Panasonic sposta l’asticella.