Il divario con la Cina spinge l’Europa a cercare risposte industriali nella produzione su scala

Meno di 720 dollari al kilowatt. È il prezzo a cui i produttori cinesi offrono oggi un elettrolizzatore. In Occidente, lo stesso componente viaggia oltre i 2.000 dollari. Un rapporto di tre a uno, a volte di più. E intanto John Cockerill Hydrogen ha prodotto il primo stack da 5 MW assemblato in Francia, nello stabilimento di Belfort: un traguardo che arriva in un momento in cui la partita dell’idrogeno verde si gioca tutta sul filo dei costi.

La forbice è nota a chi segue il settore. I produttori cinesi offrono elettrolizzatori tra i 480 e i 720 dollari per kilowatt, una cifra che in Europa copre a malapena una frazione del costo di produzione. Dall’altra parte dell’oceano — o della via della seta, a seconda della prospettiva — i produttori occidentali restano ancorati sopra i 2.000 dollari al kilowatt. Non è una differenza marginale: è il tipo di divario che decide chi produce, chi esporta e chi finisce per comprare.

E non è solo questione di prezzo. Già a marzo 2026, la Cina rappresentava più della metà della capacità globale installata di elettrolizzatori. Un dominio costruito in pochi anni, accelerato da economie di scala che in Occidente restano un obiettivo dichiarato ma ancora lontano. Il rischio, per l’Europa, non è soltanto industriale: è la possibilità di trovarsi a dipendere da fornitori esterni per una tecnologia che dovrebbe garantire autonomia energetica e decarbonizzazione.

Ma se il divario è così ampio, come può l’Europa sperare di competere? La risposta più recente arriva da una fabbrica in Borgogna.

La risposta di Belfort

Lo scorso 13 luglio, John Cockerill Hydrogen ha annunciato il completamento del primo stack di elettrolizzatori da 5 MW interamente prodotto e assemblato in Francia, nel sito di Belfort. Non è un prototipo da laboratorio: è un’unità commerciale, destinata a un mercato che ha fame di capacità produttiva verificata. Sempre da Belfort, l’azienda ha avviato una nuova fase di produzione da 40 MW per un progetto di idrogeno verde nei Paesi Bassi. E ha già alle spalle la consegna di 25 MW di elettrolizzatori per un impianto in Belgio.

Tre numeri — 5, 25, 40 — che letti in fila raccontano una traiettoria: dall’unità singola alla commessa ripetibile, fino al progetto su scala industriale. Sono megawatt reali, non annunci. E per un settore che negli ultimi anni ha visto più comunicati stampa che consegne effettive, la differenza è sostanziale.

Dietro questa accelerazione c’è anche un’operazione di consolidamento industriale. L’8 luglio 2025, il Tribunale del Commercio di Belfort ha accettato l’offerta di John Cockerill Hydrogen per acquisire gli asset chiave di McPhy, azienda francese quotata che si è trovata in difficoltà finanziaria nonostante una tecnologia riconosciuta. Un’acquisizione che ha permesso di mettere le mani su competenze, linee produttive e personale specializzato, integrandoli in una struttura con maggiore solidità patrimoniale e una pipeline commerciale già attiva.

Il caso McPhy è emblematico del paradosso europeo: si sviluppano tecnologie competitive, ma si fatica a portarle sul mercato con volumi e prezzi che reggano il confronto globale. John Cockerill Hydrogen prova a rispondere con una strategia opposta: integrazione verticale, scala produttiva e una presenza che dal Belgio (Seraing) si estende ora alla Francia (Belfort e Aspach), con l’ambizione di servire l’intero mercato europeo.

Ma produrre non basta. La vera sfida è portare i costi verso la soglia cinese. E qui i megawatt installati sono solo metà della storia: l’altra metà è cosa succede quando quegli elettrolizzatori entrano in funzione.

La partita dei volumi (e delle emissioni)

Dai megawatt prodotti alle tonnellate di CO₂ evitate, il passo è breve. Il progetto HyOffWind — alimentato dagli elettrolizzatori installati da John Cockerill — contribuirà a una riduzione annuale di 25.000 tonnellate di CO₂. È una cifra che va contestualizzata: non risolve il problema climatico, ma è equivalente alle emissioni evitate togliendo dalla strada circa 5.000 automobili a combustione interna per un anno. Non è poco, ma è una goccia se paragonata ai volumi necessari per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione europei.

Il punto è proprio questo: il beneficio ambientale dell’idrogeno verde esiste solo se la capacità installata cresce abbastanza da sostituire fonti fossili su scala significativa. E la capacità installata cresce solo se il prezzo degli elettrolizzatori scende abbastanza da rendere l’idrogeno verde competitivo con le alternative grigie o blu. È un circolo — vizioso o virtuoso, a seconda di come lo si guarda — che ruota intorno ai 480-720 dollari cinesi e ai 2.000 dollari occidentali.

Con la Cina che controlla più della metà della capacità globale, i 40 MW in rampa a Belfort non spostano gli equilibri. Ma sono un primo passo concreto in una corsa che l’Europa non può permettersi di abbandonare. La domanda da tenere d’occhio non è quanti altri annunci arriveranno nei prossimi mesi, ma quanto scenderà il costo al kilowatt quando le fabbriche europee gireranno davvero a pieno regime. Perché la sfida del clima si vince sui volumi, e i volumi si conquistano con i prezzi.