L’impianto di San Domenico resta formalmente fermo ma continua a rilasciare emissioni
Lo scorso 16 giugno il Comune di Benevento ha sospeso l’attività della centrale a biometano in località San Domenico. Eppure, un mese esatto dopo, nella notte tra il 13 e il 14 luglio l’aria è tornata a farsi irrespirabile, con bruciore agli occhi e alla gola, nausea e miasmi penetrati fin dentro le abitazioni nonostante le finestre chiuse. L’ordinanza c’è, la firma del sindaco anche — ma qualcosa, tra il provvedimento amministrativo e il camino dell’impianto, si è inceppato.
L’anomalia che sopravvive all’ordinanza
Il cortocircuito ha una data precisa. Il 16 giugno 2026, il Comune ha disposto lo stop dopo che l’Arpac — l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Campania — aveva rilevato «difformità notevoli rispetto ai titoli autorizzativi rilasciati». In parole povere: l’impianto non stava operando come doveva. Da quel momento, sulla carta, l’attività è sospesa.
La realtà notturna di San Domenico racconta tutt’altro. Già a fine giugno le segnalazioni di cattivi odori non si erano interrotte, e la notte tra il 13 e il 14 luglio la situazione ha raggiunto un picco che ha fatto scattare una nuova ondata di proteste. Il paradosso tecnico-burocratico è questo: l’ordinanza sospende l’esercizio, ma non può disinnescare i processi chimici in corso nelle vasche di digestione anaerobica. Il materiale organico già conferito continua a fermentare, a produrre biogas, e se il sistema di captazione e trattamento perde efficacia — o se qualcosa, nelle condotte o nei filtri, non funziona più come dovrebbe — le emissioni fuggitive trovano via libera.
Non è una questione di sabotaggio né di dolo. È la fisica di un impianto che, una volta acceso, ha una sua inerzia: non si spegne con un interruttore. E se i controlli amministrativi viaggiano alla velocità della burocrazia, le molecole maleodoranti viaggiano a quella del vento.
Sintomi e intermittenza: l’esposizione che sfugge
Quando il provvedimento amministrativo non intercetta il problema, il corpo dei residenti diventa il vero rilevatore. E i dati che questo rilevatore biologico restituisce sono inequivocabili. Salvatore D’Andrea, portavoce del Comitato Civico Territoriale San Domenico e Aree Limitrofe, descrive il fenomeno come intermittente, concentrato in determinate fasce orarie e amplificato da specifiche condizioni meteorologiche. La notte del 13 luglio i sintomi segnalati sono stati bruciore e rossore agli occhi e alla gola, nausea, cefalea diffusa e odori penetrati negli ambienti chiusi.
L’intermittenza è una firma rivelatrice. Se l’emissione fosse costante, un campionamento spot dell’Arpac avrebbe buone probabilità di intercettarla. Ma quando il fenomeno si accende e si spegne — legato a sbalzi termici, inversioni atmosferiche o fasi di movimentazione dei materiali — il monitoraggio tradizionale rischia di mancare sistematicamente il bersaglio. È come tentare di fotografare un fulmine con una macchina fotografica che scatta una volta al giorno.
Per questo motivo il Comitato ha chiesto all’ASL Benevento una valutazione sanitaria specifica per l’esposizione ripetuta e prolungata, con attenzione ai soggetti fragili, agli anziani, ai bambini e a chi ha patologie respiratorie o cardiovascolari. Ha inoltre sollecitato l’installazione di presidi fissi, mobili o semimobili di monitoraggio dell’aria in prossimità dell’impianto e nelle aree residenziali colpite. Infine, ha domandato alla Prefettura la convocazione urgente di un tavolo con tutti gli enti coinvolti: Comuni di Benevento, Pietrelcina e Pesco Sannita, oltre ad Arpac, ASL, Carabinieri Forestali, Vigili del Fuoco e Polizia Municipale.
La richiesta non è simbolica: senza un monitoraggio in continuo, la vera dimensione dell’esposizione resta invisibile agli enti di controllo, mentre diventa tragicamente concreta per chi abita a poche centinaia di metri dalle vasche.
La lezione per il biometano italiano
A marzo 2026, secondo i dati che il Gestore dei servizi energetici ha presentato a un convegno di settore, solo 46 impianti a biomassa finanziati dal PNRR risultavano in esercizio su 549 progetti totali. Trecentoventitré avevano comunicato l’avvio dei lavori; per oltre duecento non risultava ancora un cantiere aperto. Siamo a metà 2026, il cronoprogramma del Recovery preme, e l’obiettivo di centinaia di nuovi impianti distribuiti sul territorio nazionale resta largamente in fase di costruzione — quando non ancora sulla carta.
L’impianto di San Domenico è uno di quei 46. Probabilmente uno dei pochi su cui si sia già acceso un riflettore — ma il riflettore si è acceso solo perché i residenti hanno cominciato a stare male. Il caso Benevento espone una falla sistemica: il programma di sviluppo del biometano italiano sta procedendo senza un’infrastruttura di controllo proporzionata alla velocità di attivazione degli impianti. Non si tratta solo di verificare la conformità documentale al momento del rilascio dell’autorizzazione. Si tratta di garantire che, una volta in marcia, ogni impianto resti dentro i parametri per cui è stato progettato — giorno per giorno, ora per ora, condizione meteorologica per condizione meteorologica.
La digestione anaerobica è una tecnologia matura, con una resa energetica tra il 50 e il 70% in biogas per tonnellata di sostanza organica trattata, a seconda del substrato e della configurazione dell’impianto. Non è questo il punto debole. Il punto debole è che il processo produce una miscela di gas — principalmente metano e anidride carbonica, ma anche tracce di composti solforati e azotati — che se non viene captata integralmente diventa un problema ambientale e sanitario immediato. Bastano concentrazioni bassissime di acido solfidrico, nell’ordine delle parti per miliardo, per generare la percezione olfattiva e l’irritazione delle mucose che i cittadini di San Domenico hanno descritto.
Il PNRR ha allocato miliardi per trasformare scarti agricoli e rifiuti organici in gas rinnovabile immesso nella rete Snam. L’architettura è sensata sul piano ingegneristico e climatico: il biometano sostituisce frazioni di gas fossile, chiude il ciclo del carbonio biogenico, riduce la dipendenza dalle importazioni. Ma il salto di scala — da poche decine di impianti pilota a oltre cinquecento unità distribuite — richiede un salto corrispondente nella capacità di sorveglianza. Oggi quella capacità non c’è, e Benevento lo dimostra con il caso limite di un impianto formalmente fermo ma materialmente attivo nel rilasciare emissioni.
La vera sfida non è produrre biometano: la filiera industriale esiste, i fornitori di tecnologia (dai digestori ai sistemi di upgrading a membrane) sono pronti. La vera sfida è garantire che la promessa pulita non si rovesci nel suo contrario — un’energia rinnovabile che, per carenza di controlli, si paga in termini di salute pubblica. Senza presidi fissi di monitoraggio, senza valutazioni sanitarie di esposizione, senza tavoli che mettano nello stesso posto chi autorizza, chi controlla e chi subisce, l’odore della transizione energetica rischia di diventare insopportabile.




