Lo studio del Politecnico di Torino indica tre ostacoli principali oltre la tecnologia
La scorsa settimana, il parco eolico galleggiante Éoliennes Flottantes du Golfe du Lion (EFGL) al largo della costa mediterranea francese ha raggiunto la piena potenza: 30 MW, tre turbine su fondazioni galleggianti, 85% della catena di approvvigionamento da aziende francesi o con sede in Francia. Un traguardo tecnico che segna la maturità di una tecnologia su cui l’Europa punta molto. Ma due giorni fa, uno studio congiunto del Politecnico di Torino e WindEurope pubblicato su Renewable and Sustainable Energy Reviews ha ribaltato la prospettiva: le turbine non sono il problema. Il vero collo di bottiglia è ciò che le collega a terra — e non è solo una questione di cavi.
La promessa: turbine che funzionano, costi che scendono
Il progetto EFGL, sviluppato da Ocean Winds, è un impianto da 30 MW con tre aerogeneratori installati su fondazioni galleggianti nel Golfo del Leone. Non è un prototipo: è un parco che immette elettricità in rete a piena capacità. «L’eolico offshore galleggiante avrà un ruolo critico nel futuro mix energetico, specialmente in paesi con acque profonde come la Francia», ha dichiarato Craig Windram, CEO di Ocean Winds. Il ragionamento è lineare: le turbine galleggianti possono produrre elettricità più al largo e in acque più profonde rispetto a quelle a fondo fisso, aprendo l’eolico offshore a paesi che non dispongono di ampi fondali bassi — come gran parte del Mediterraneo. E i numeri sui costi danno sostanza alla promessa: secondo WindEurope, installare almeno 7 GW in Europa entro il 2030 porterebbe il costo dell’eolico galleggiante a 53–76 €/MWh, un intervallo che comincia a essere competitivo con altre fonti. La tecnologia, insomma, ha già dimostrato di funzionare. Ma basta questo a far decollare l’eolico offshore nel Mediterraneo?
Il freno nascosto: regole, rete, comunità
La risposta arriva dallo studio del Politecnico di Torino e WindEurope, ed è un no secco. Non servono altre turbine. Servono regole chiare, infrastrutture robuste e un dialogo che parta prima dell’autorizzazione, non dopo. Lo studio individua nella regolamentazione stabile e prevedibile — su permessi, aste e accesso alla rete — un fattore importante quanto la maturità tecnologica. Non è una sfumatura: senza un quadro normativo certo, i capitali non si muovono, le filiere non si strutturano, i progetti restano sulla carta.
Poi c’è il nodo della connessione a terra. La disponibilità e la capacità dei punti di allaccio alla rete elettrica nazionale determinano in modo diretto i costi di impianto, le tempistiche realizzative e la fattibilità stessa di un parco. Un parco eolico galleggiante può essere tecnicamente impeccabile, ma se il cavo sottomarino arriva in un nodo di rete saturo o sottodimensionato, il progetto si arena — letteralmente. Lo studio lo mette nero su bianco: la presenza di infrastrutture di rete adeguate è un prerequisito, non un optional da valutare a valle.
Il terzo pilastro riguarda il rapporto con i territori e l’ambiente. Lo studio insiste sulla necessità di salvaguardie ambientali, monitoraggio continuo e dialogo precoce con le comunità locali. Non si tratta di concessioni cosmetiche: l’accettazione sociale di un parco eolico offshore — visibile dalla costa, con possibili interferenze su pesca e turismo — si costruisce mesi prima della posa del primo cavo. E si distrugge in pochi giorni se il processo decisionale viene percepito come calato dall’alto. Il paradosso è servito: la tecnologia galleggiante ha già vinto la sua battaglia ingegneristica in mare, ma rischia di perdere la guerra a terra per carenza di infrastrutture, incertezza normativa e frizioni sociali.
Cosa cambia sul campo: 63 miliardi e un target 2030
Se la diagnosi è chiara, qualcosa sul fronte istituzionale si sta già muovendo. Lo stesso giorno in cui EFGL raggiungeva la piena potenza, la Commissione Europea ha approvato un regime di aiuti di Stato da 63 miliardi di euro per la costruzione di 11 parchi eolici offshore in Francia. È una cifra che dà la scala dell’impegno: si parla di decine di miliardi mobilitati per portare l’eolico offshore francese da poche decine di megawatt a una flotta di impianti su scala commerciale, molti dei quali galleggianti, vista la batimetria del Mediterraneo e dell’Atlantico francese.
Il cantiere EFGL offre un assaggio di ciò che questa iniezione di capitali può attivare: l’85% della catena di approvvigionamento del progetto proviene da aziende francesi o con sede in Francia. Non è un dettaglio: significa che la spesa pubblica autorizzata dalla Commissione può generare una filiera industriale domestica, con posti di lavoro, competenze e indotto che restano sul territorio. Ma la condizione perché questo accada è esattamente ciò che lo studio del PoliTo indica come priorità: regole stabili, rete pronta, comunità coinvolte. La traiettoria dei costi è dalla parte dell’eolico galleggiante — quei 53–76 €/MWh al 2030 sono un obiettivo raggiungibile se si installano almeno 7 GW in Europa — ma il cronometro corre. Chi arriverà prima a creare le condizioni abilitanti a terra potrà catturare il valore di una tecnologia che in mare è già pronta.
La tecnologia ha già vinto la sua battaglia in acqua. La sfida ora è sulla terraferma: regole, cavi, consenso. La Francia ha appena messo sul tavolo 63 miliardi di euro e un parco funzionante per dimostrare che si può fare. L’Italia, che ha nel PoliTo uno dei centri di ricerca firmatari dello studio, ha davanti a sé un caso concreto da osservare — per capire come non restare indietro mentre il Mediterraneo diventa il prossimo bacino dell’eolico europeo.




