Il gruppo tedesco RWE ha appena attivato un parco da 53 MW in Puglia, ma la crescita nazionale resta sotto

Lo scorso luglio, RWE ha commissionato il parco eolico onshore Mondonuovo da 53,1 megawatt in Puglia: nove turbine da 5,9 MW ciascuna, costruite in appena un anno, elettricità verde per 55mila famiglie italiane. Katja Wünschel, CEO di RWE Renewables Europe & Australia, ha rivendicato il traguardo: «Ora la nostra flotta rinnovabile italiana può fornire energia a più di 500.000 case». Un comunicato trionfale, come da manuale. Eppure, mentre l’azienda tedesca festeggiava, i numeri complessivi dell’eolico italiano raccontavano una storia ben diversa: nel 2025 il Paese ha aggiunto appena 0,9 GW di nuova capacità, passando dai 12,7 GW installati nel 2024 ai 13,6 GW di fine 2025, secondo Terna. Cinquantatré megawatt sono un mattone necessario, ma in un cantiere che avanza al rallentatore rischiano di essere solo un bel numero da cartolina.

Un nuovo parco, 55mila case: il gioco dei numeri

Eppure, dietro il comunicato trionfale di RWE, Mondonuovo è un impianto che funziona e produce. I suoi 53,1 MW vanno ad aggiungersi ai 17 parchi eolici e a un impianto solare già operativi nella Penisola, portando la capacità complessiva del gruppo tedesco in Italia a 589 MW. Un portafoglio che, numeri alla mano, colloca RWE tra i grandi operatori rinnovabili del Paese. Ma quanto pesa davvero questo contributo sul fabbisogno italiano? La risposta sta nel rapporto tra i 53,1 MW di Mondonuovo e i 900 MW totali aggiunti dall’Italia nell’intero 2025. Il singolo parco rappresenta circa il 6% della nuova capacità eolica annuale: non è poco per un unico progetto, ma è la cifra complessiva a destare preoccupazione. Se un anno intero di installazioni produce meno di un gigawatt, vuol dire che il ritmo della transizione è semplicemente incompatibile con qualsiasi traiettoria di decarbonizzazione ambiziosa. E non si tratta di un’annata sfortunata: già nel 2024 la capacità era ferma a 12,7 GW, con incrementi che procedono a strappi piuttosto che in modo lineare e programmato.

Il paradosso è tutto qui: ogni turbina accesa è una buona notizia, ma il crinale tra la celebrazione del singolo progetto e l’analisi del quadro generale è diventato sempre più ripido. Mondonuovo può alimentare 55mila case, la flotta italiana di RWE ne copre oltre mezzo milione. Sono cifre che comunicano concretezza, e sarebbe ingeneroso sminuirle. Ma quando si allarga l’inquadratura, il sospetto è che il racconto pubblico dell’eolico italiano sia fatto più di eccezioni che di regole. E la regola, per ora, è una crescita anemica che rischia di selezionare i pochi operatori abbastanza grandi e pazienti da navigare le lentezze autorizzative italiane.

La pipeline di RWE e l’ombra di ERG

Per RWE, Mondonuovo è solo l’ultimo tassello di un mosaico più ampio. Già nel giugno 2024, il gruppo aveva annunciato la costruzione di due grandi parchi eolici in Italia: oltre a Mondonuovo, il progetto San Severo, sempre in Puglia. Insieme, i due impianti con 21 turbine di nuova generazione potranno fornire elettricità verde a 110mila case all’anno. E la strategia non si ferma qui. A marzo 2025, RWE ha vinto due progetti eolici onshore nell’asta FER1 per un totale di 93 MW: il parco Venusia da 45 MW in Basilicata e il parco Serra Palino da 48 MW in provincia di Foggia. Progetti che, sommati alla capacità già installata, delineano una presenza tedesca sempre più strutturata nella dorsale ventosa del Mezzogiorno.

Ma chi controlla davvero il vento italiano? La risposta porta un nome che da anni domina il settore: ERG. Stando a quanto riportato dall’azienda stessa, ERG è il primo operatore eolico onshore in Italia, una posizione costruita in decenni di investimenti e dismissioni dal fossile. Con i suoi 589 MW distribuiti su 17 parchi eolici, RWE resta un inseguitore, ma un inseguitore con una pipeline che promette di ridurre le distanze. Il punto, però, non è chi vince la gara a due. Il punto è che, mentre i grandi player internazionali consolidano le loro posizioni, il mercato italiano dell’eolico rischia di diventare un club sempre più ristretto. La lentezza delle autorizzazioni e l’incertezza normativa non scoraggiano RWE o ERG, che hanno spalle abbastanza larghe per assorbire i ritardi. Scoraggiano i piccoli operatori, gli sviluppatori indipendenti, i progetti dal basso che in altri Paesi europei hanno trainato la crescita. Il risultato è un paradosso: la transizione avanza, ma avanza a beneficio di una manciata di soggetti, mentre la capacità complessiva arranca ben al di sotto del potenziale.

Il target 2030: sogno o miraggio?

Se le turbine continuano a girare a questo ritmo, il conto lo pagano le famiglie. Con appena 0,9 GW aggiunti in un anno, l’Italia si allontana da qualsiasi obiettivo climatico credibile, e il differenziale tra la produzione rinnovabile nazionale e il fabbisogno elettrico rischia di allargarsi, non di chiudersi. Non servono chissà quali modelli previsionali per capire che, a queste velocità, la scadenza del 2030 è un orizzonte che si allontana invece di avvicinarsi. E quando un Paese non produce abbastanza energia pulita al proprio interno, finisce per comprarla altrove — o per continuare a bruciare gas, con i prezzi che questo comporta per i consumatori.

Resta una domanda: gli investimenti esteri di RWE, e la solida presenza di ERG, basteranno a colmare il vuoto lasciato dall’assenza di una regia nazionale ambiziosa? O il rischio è che la transizione italiana diventi un affare per pochi, in cui il vento — una risorsa pubblica, abbondante e gratuita — venga di fatto privatizzato nei benefici senza restituire al Paese la velocità di cui avrebbe bisogno? La scadenza del 2030 è dietro l’angolo, e il vento non aspetta.