Ifahsa si aggiunge ai 464 MW di Afourer e ai 350 MW di Abdelmoumen

Dopo Afourer (464 megawatt, acceso nel 2004) e Abdelmoumen (350 megawatt), il Marocco mette in cantiere un terzo maxi-impianto di pompaggio idroelettrico. Il progetto Ifahsa, da 300 megawatt, è stato annunciato nei giorni scorsi con il sostegno della Banca Mondiale e del Clean Technology Fund. Sulla carta è un’ottima notizia. Ifahsa permetterà di assorbire almeno 1 gigawatt aggiuntivo di solare ed eolico, eviterà 1,7 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno e creerà circa 820 posti di lavoro diretti durante la costruzione. Bello, ma arriva in un paese che ancora importa circa il 90 per cento del proprio fabbisogno energetico e che vede i consumi crescere a un ritmo del 5 per cento annuo senza sosta dal 2004. Il sospetto è che il Marocco stia correndo su un tapis roulant: accumula capacità di stoccaggio, ma la dipendenza energetica resta quasi intatta.

Il paradosso marocchino: più accumulo per restare dipendenti?

Prima di Ifahsa, il Marocco disponeva già di 814 megawatt di pompaggio. È una cifra che da sola rappresenta oltre un quinto dei 3.726 megawatt installati in tutta l’Africa nel 2025, secondo i dati dell’International Hydropower Association. Insieme al Sudafrica, il paese è considerato un leader continentale del settore. Eppure, il grosso dell’energia che marocchini e imprese consumano ogni giorno arriva da fuori. L’amministrazione commerciale statunitense stima che il Marocco importi circa il 90 per cento del proprio fabbisogno, con una bolletta energetica che da vent’anni cresce insieme ai consumi interni.

Qui sta il paradosso. Avere più accumulo è indispensabile per integrare le fonti rinnovabili intermittenti, e il Marocco ne sta installando in quantità: il complesso solare Noor-Ouarzazate, da 580 megawatt, era già stato definito nel 2018 il più grande impianto a concentrazione solare del mondo. Ma se ogni megawattora pulito prodotto in casa serve ad alleggerire una dipendenza che sfiora la totalità, viene da chiedersi quanto un singolo nuovo impianto da 300 megawatt possa davvero spostare l’ago della bilancia.

300 MW di promesse: i conti che non tornano

I numeri del progetto Ifahsa raccontano una storia ottimistica. L’impianto consentirà di integrare almeno 1 gigawatt di nuova capacità solare ed eolica nella rete nazionale, evitando ogni anno emissioni stimate in 1,7 milioni di tonnellate di CO₂. I posti di lavoro promessi — 820 diretti nella fase di cantiere — sono una frazione significativa, anche se inferiore ai più di 1.400 generati a suo tempo dalla costruzione di Abdelmoumen, che l’economista Achraf Tarsim, country manager del Gruppo della Banca Africana di Sviluppo in Marocco, ha definito «un asset strategico per stabilizzare la rete nazionale».

Ma il contesto ridimensiona l’ottimismo. Dal 2004, il consumo totale di energia primaria del Marocco aumenta di circa il 5 per cento all’anno. È una crescita robusta, che in due decenni ha più che raddoppiato la domanda. Dentro questa traiettoria, anche 1 gigawatt di rinnovabili aggiuntive fa la figura dell’inseguimento, non del sorpasso. L’obiettivo dichiarato dal paese è produrre il 52 per cento dell’elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030. A otto anni dalla scadenza, con una dipendenza dalle importazioni ancora schiacciante e consumi in costante ascesa, la domanda è se il ritmo attuale sia sufficiente o se il traguardo rischi di restare, appunto, un traguardo dichiarato.

E poi c’è la questione dei tempi. Ifahsa è stato annunciato, ma i progetti di pompaggio idroelettrico hanno cicli di realizzazione lunghi, spesso superiori ai cinque anni. Se il cantiere partisse domani, l’impianto entrerebbe in esercizio a ridosso del 2030 — troppo tardi per contribuire in modo significativo alla volata finale verso il 52 per cento. Senza un’accelerazione drastica su più fronti, l’accumulo rischia di arrivare quando la partita è già stata decisa.

Un continente assetato di storage

E se il Marocco guarda avanti, il resto dell’Africa arranca. I dati dell’International Hydropower Association dicono che nel 2025 non è stato commissionato un solo nuovo impianto di pompaggio in tutto il continente. I 3.726 megawatt installati sono quasi interamente concentrati in due paesi: Marocco e Sudafrica. Il resto dell’Africa subsahariana resta a secco, nonostante il potenziale idroelettrico e solare di paesi come la Repubblica Democratica del Congo, l’Etiopia o lo Zambia.

Il Marocco gioca la sua partita e lo fa con una strategia che ha una coerenza interna: se vuoi spingere le rinnovabili senza mandare in blackout la rete, hai bisogno di stoccaggio. Ma il divario tra ambizione e realtà dei numeri resta ampio. Senza un’accelerazione drastica, il 2030 rischia di essere solo un’altra data sul calendario. E la domanda su quando il continente vedrà un nuovo impianto di pompaggio — uno vero, commissionato e funzionante — è destinata a restare aperta ancora a lungo.