Il 93% dello storage di lunga durata installato nel mondo si trova in Cina

Negli ultimi giorni Energy Dome ha annunciato due nuovi impianti — 19 MW per 10 ore in Arizona, 23 MW per quasi 9 ore in Irlanda — presentandoli come la dimostrazione che le batterie a CO2 sono asset di capacità affidabili. I numeri sono lì, nero su bianco: qualche decina di megawatt, un paio di contratti di fornitura, un’azienda italiana che prova a ritagliarsi uno spazio. Ma mentre i comunicati stampa girano, c’è un altro numero che non troverete nei titoli: 93. È la percentuale di tutto lo storage di lunga durata installato nel mondo che si trova in Cina, secondo i dati di Wood Mackenzie. La transizione energetica è già scritta. E non è in alfabeto occidentale.

Il 93% che non fa notizia

Nel 2025 le installazioni globali di accumulo a lunga durata sono cresciute del 49%, superando i 15 GWh. Un balzo notevole, che però va letto con un correttore geografico: il 93% della capacità cumulativa è in Cina. Lo dicono i numeri raccolti da Wood Mackenzie e riportati nei giorni scorsi, numeri che raccontano una storia molto diversa da quella dei progetti-pilota che animano il dibattito europeo e americano. In Cina si installano impianti nell’ordine delle centinaia di megawatt, con catene di fornitura integrate e un sistema industriale che spinge i volumi verso il basso. In Arizona, invece, si annunciano 19 MW con l’enfasi che si riserverebbe a una scoperta scientifica.

La Cina non ha bisogno di dimostrare che lo storage funziona. Lo sta già facendo, su scala che altrove si fatica anche solo a immaginare. Ed è esattamente questo il paradosso: mentre Energy Dome firma contratti per poche decine di megawatt, il mercato globale dello storage di lunga durata è già colonizzato da player che operano con logiche di scala inavvicinabili. Che spazio resta per una tecnologia che promette di costare meno della metà del litio, se poi chi guida la transizione ha già scelto altre strade?

La batteria low-cost che nessuno compra

Il claim commerciale è forte: la CO2 Battery costa meno della metà di un impianto al litio di pari dimensioni, utilizza componentistica standard e non ha bisogno di terre rare. Energy Dome lo ripete dal 2022, quando lanciò il primo impianto dimostrativo in Sardegna: 20 MW, un’ora di durata, un cliente (Engie) e una promessa di scalabilità. Oggi quell’impianto funziona da circa un anno. Funziona. Eppure il mercato non ha reagito come ci si aspetterebbe da una tecnologia con un costo dimezzato.

Il motivo lo spiega ancora Wood Mackenzie: le batterie agli ioni di litio si sono già prese la fascia economicamente più rilevante, quella tra le quattro e le otto ore di accumulo, grazie a costi in discesa e a vantaggi consolidati nella catena di approvvigionamento. Per le tecnologie alternative — le cosiddette LDES, long-duration energy storage — mancano sia la domanda sufficiente sia meccanismi di prezzo che le rendano commercialmente sostenibili. In altre parole, puoi anche costruire la batteria più economica del mondo, ma se il sistema elettrico non la valorizza, nessuno la compra. O meglio: la compra qualcuno che ha altri obiettivi oltre al puro ritorno economico.

E qui si arriva al nodo centrale. La CO2 Battery di Energy Dome è una macchina interessante: usa anidride carbonica in ciclo chiuso, non ha degrado chimico, promette decenni di vita operativa. Ma il suo destino commerciale non dipende dalla tecnologia. Dipende da chi è disposto a pagare per avere capacità di accumulo che vada oltre le quattro ore, in un mercato dove il litio domina e la Cina corre con volumi che nessun produttore occidentale può eguagliare. Il costo dimezzato diventa irrilevante se il tuo concorrente non è una batteria al litio, ma un intero ecosistema industriale che sforna gigawattora a prezzi politici.

Google, utility e il gioco delle parti

Eppure qualcuno queste batterie le compra. Google ha stretto una partnership con Energy Dome già lo scorso luglio, con l’obiettivo dichiarato di contribuire a scalare la tecnologia. In Irlanda sarà l’unico acquirente dell’energia e della capacità dell’impianto da 23 MW e 200 MWh che entrerà in esercizio nel 2028 nella contea di Offaly. In Arizona, invece, è la utility pubblica SRP a firmare un contratto di tolling ventennale per un impianto da 19 MW e 190 MWh, costruito accanto a una centrale termica esistente. Cosa ci vedono, un gigante tech e una utility senza scopo di lucro, in una tecnologia che il mercato ignora?

La risposta probabilmente ha poco a che fare con l’economia dello storage e molto con la strategia. Google ha bisogno di dimostrare che il suo impegno per la sostenibilità va oltre l’acquisto di crediti e si traduce in investimenti in tecnologie nuove. Un contratto diretto con Energy Dome è un segnale, un green token che vale più in termini di reputazione che di ritorno finanziario. SRP, dal canto suo, scommette su un impianto co-locato a una centrale termica: un test commerciale a basso rischio, con un contratto ventennale che spalma i costi su un orizzonte sufficientemente lungo da assorbire l’incertezza tecnologica. E Engie, che già prende l’energia dall’impianto sardo, completa il quadro di un gruppo ristretto di pionieri che comprano non tanto la batteria, quanto la possibilità di esserci quando — e se — il mercato decollerà.

Ma il punto è proprio questo: se domani la Cina decidesse che anche l’accumulo non-litio è strategico, con quali armi competerebbero questi pionieri? I 19 MW dell’Arizona e i 23 MW dell’Irlanda sembrano più esperimenti da laboratorio che sfide industriali. Xcel Energy, nel frattempo, annuncia un impianto da 300 MW con batterie ferro-aria di Form Energy — definendolo il più grande progetto di batterie per capacità energetica mai annunciato al mondo. Anche qui, la scala è modesta rispetto ai numeri cinesi, ma almeno l’ambizione è diversa. Energy Dome, fino a prova contraria, corre con progetti che messi insieme non raggiungono i 50 MW.

Se le batterie a CO2 costano la metà del litio, perché quasi nessuno — a parte Google, una utility dell’Arizona e un gruppo energetico francese — le vuole davvero? Forse perché il mercato dello storage non è una gara a chi spende meno, ma a chi riesce a stare dentro un sistema di regole, prezzi e volumi che al momento premia altri. E quando la Cina deciderà che anche l’accumulo non-litio rientra nei suoi piani industriali, la finestra per questi esperimenti occidentali potrebbe chiudersi prima ancora che qualcuno abbia finito di scrivere il comunicato stampa.