L’impianto da 2.000 megawatt richiede grandi quantità d’acqua in una delle regioni più aride del pianeta

A fine giugno, alla presenza di Emmanuel Macron e del sultano Haitham bin Tarik Al Said, un consorzio guidato da EDF power solutions ha firmato con il governo dell’Oman l’accordo quadro per il progetto Jabal Abyad, un impianto di pompaggio idroelettrico da 2.000 megawatt destinato a diventare il più grande del Medio Oriente. Peccato che l’Oman sia un paese dove l’acqua è più rara del petrolio.

Non è una battuta: la penisola arabica è una delle regioni più aride del pianeta, e Masqat si è appena impegnata a costruire un colosso che per funzionare ha bisogno di spostare masse d’acqua tra due bacini a quote diverse. Il meccanismo è noto — si pompa acqua nel serbatoio superiore quando l’elettricità abbonda, la si rilascia quando serve — ma applicarlo in un contesto di scarsità idrica strutturale trasforma quello che altrove sarebbe un progetto di accumulo in una scommessa che ha dell’incredibile.

Il gigante senz’acqua

Il paradosso non è solo geografico. Jabal Abyad è pensato per fornire stoccaggio di lungo termine alla rete omanita, stabilizzando un sistema che il governo vorrebbe progressivamente decarbonizzare. Ma un impianto di pompaggio in una zona desertica non è un’infrastruttura neutra: richiede un approvvigionamento idrico garantito, opere civili imponenti e una manutenzione che sconta condizioni ambientali estreme. Il comunicato stampa parla di «rafforzare il sistema elettrico», ma tace su quanta acqua servirà e da dove arriverà.

Il progetto si inserisce in un contesto regionale che ha già visto esperimenti analoghi. Nell’agosto dello scorso anno, la centrale idroelettrica di Hatta ha avviato le operazioni di prova e l’esportazione di elettricità verso Dubai, primo impianto del genere nel Golfo. Quell’impianto, più modesto — 250 megawatt — era stato affidato proprio a EDF con un contratto di consulenza firmato nel 2017. Quasi un decennio dopo, la stessa EDF guida il progetto Jabal Abyad, otto volte più grande. C’è una traiettoria che si consolida.

A chi vanno i contratti

Dietro i megawatt annunciati, c’è una partita industriale che ha pochi vincitori. Il consorzio che si è aggiudicato Jabal Abyad comprende, oltre a EDF power solutions, la società elettrica omanita ONEIC, TAKHZEEN e GUE. Ma la regia è francese, e non è un caso isolato. Nello stesso giorno, lo stesso consorzio — con l’aggiunta di OQ Alternative Energy — ha firmato un Power Purchase Agreement per il progetto solare Al Kamil da 500 megawatt. È il terzo impianto rinnovabile di EDF in Oman, dopo il solare Manah1 da 500 MW e l’eolico JBB da 120 MW.

Manah1, inaugurato nei mesi scorsi da EDF Renewables in partnership con la coreana KOWEPO, era stato presentato come la più grande centrale solare dell’Oman. Un record già superato, almeno sulla carta, dal nuovo accordo per Al Kamil. Il punto non è la scala, ma la concentrazione: un unico gruppo straniero sta mettendo le mani su tutti e tre i progetti utility-scale del paese, dal solare all’eolico fino allo stoccaggio.

E non finisce qui. Ai primi di luglio è emerso che EDF ha firmato anche un memorandum d’intesa con il governo omanita per sviluppare una piattaforma di infrastruttura digitale sostenibile da 1 GW, con l’obiettivo dichiarato di trasformare l’Oman in un hub regionale per intelligenza artificiale, calcolo avanzato e servizi cloud — un’iniziativa che coinvolge anche Synergy Investments e si aggancia agli obiettivi di diversificazione economica di Oman Vision 2040. Il sultanato sta affidando le chiavi della propria transizione energetica e digitale a un’unica controparte, con una rapidità che stride con i tempi solitamente dilatati delle burocrazie mediorientali.

La scommessa che manca

Tutti questi annunci dovrebbero servire a uno scopo dichiarato. L’Oman ha fissato l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050, con tappe intermedie che prevedono un 11% di rinnovabili nel mix elettrico entro il 2025 e il 30% entro il 2030. Siamo a luglio 2026, e il target del 2025 è già alle spalle senza che nessuno abbia reso noto se sia stato centrato. Quello del 2030 si avvicina. I progetti in pipeline sono imponenti, ma uno stoccaggio idroelettrico da 2 GW non produce un solo chilowattora: serve a gestire l’intermittenza di fonti che, per ora, restano minoritarie nel mix omanita.

La domanda che rimane sospesa è quanto peseranno questi gigawatt sulla bolletta e sul clima. Costruire il più grande impianto idroelettrico del Medio Oriente in un deserto può essere un capolavoro di ingegneria o un monumento alla dissonanza cognitiva di una transizione che confonde la taglia con la direzione. Tra colossi di cemento e silicio, l’Oman sta tracciando una rotta energetica ancora tutta da verificare. E il 2030 si avvicina.