Il think tank Bruegel ha censito solo 1,26 miliardi di euro pubblici per 21 iniziative su 60

Lo scorso 9 luglio il think tank Bruegel ha messo nero su bianco quello che in molti sospettavano: a due anni dall’adozione del Critical Raw Materials Act, la macchina europea per l’autonomia nelle materie prime critiche gira con un motore finanziario sottodimensionato. Analizzando l’attuazione del regolamento, il policy briefing pubblicato da Bruegel ha contato finanziamenti pubblici per appena 1,26 miliardi di euro, distribuiti su 21 dei 60 progetti che la Commissione europea ha inserito nella prima lista di iniziative strategiche. Una somma che, spalmata su ciascun progetto, restituisce una media di 60 milioni a intervento: cifre da impianto pilota, non da filiera industriale.

Il bilancio di Bruegel: conti in rosso per i progetti strategici

A guardare dentro quella cifra, la frammentazione è ancora più evidente. Secondo la ricognizione di Bruegel, dei 1,26 miliardi identificati 576 milioni arrivano da strumenti comunitari, 461 milioni da aiuti di Stato autorizzati dai governi nazionali e 218 milioni da istituzioni finanziarie internazionali. Tre canali diversi, con logiche e tempi differenti, che non formano un’unica leva ma un mosaico di interventi scollegati. Il risultato è che trentanove progetti della lista – compresi quelli fuori dai confini Ue – restano senza un euro di sostegno pubblico tracciabile.

La prima lista di progetti strategici, va ricordato, include 60 iniziative, 47 delle quali localizzate nell’Unione. Un portafoglio che, già nella composizione, non sembra seguire le reali vulnerabilità delle catene di approvvigionamento europee, come nota lo stesso Bruegel. Ma questi progetti dovevano servire a raggiungere obiettivi molto precisi. Quali?

La scommessa del 2030: estrarre, processare, riciclare

Dietro quei numeri si nascondono i parametri fissati dalla Commissione nel Critical Raw Materials Act: entro il 2030 almeno il 10% del consumo annuo Ue di materie prime strategiche dovrà provenire da estrazione interna, il 40% da lavorazione svolta nell’Unione, il 25% da riciclo, e nessuna materia prima strategica potrà dipendere per più del 65% da un singolo paese terzo. Obiettivi vincolanti che richiederebbero un’accelerazione immediata degli investimenti in miniere, impianti di raffinazione e infrastrutture per il recupero. Eppure, l’etichetta di “progetto strategico” non sembra bastare a colmare il divario.

Basti pensare che, al ritmo attuale, quei target restano lontani anni luce. L’estrazione interna per molte materie – litio, terre rare, cobalto – è prossima allo zero, la capacità di raffinazione è concentrata in poche mani extra-Ue e il tasso di riciclo effettivo arranca sotto la doppia cifra. Senza una correzione di rotta, il 2030 rischia di diventare l’ennesimo orizzonte mancato della politica industriale europea.

L’etichetta che non protegge: perché i progetti strategici non bastano

Il riconoscimento di “progetto strategico” offre in realtà benefici pratici limitati, soprattutto fuori dall’Ue, dove quel marchio ha un valore quasi esclusivamente reputazionale e non garantisce alcun canale di finanziamento automatico, come rileva Bruegel. È un paradosso: l’Unione costruisce una lista di priorità, ma non la dota degli strumenti per trasformare le priorità in cantieri.

La vera efficacia, finora, l’hanno dimostrata altri strumenti. In particolare, gli accordi commerciali che contengono disposizioni sulle materie prime critiche si sono rivelati il meccanismo esterno più incisivo, aumentando in modo misurabile le esportazioni di questi materiali verso l’Unione. Al contrario, i partenariati strategici firmati con paesi terzi – pensati per costruire relazioni privilegiate – non hanno ancora prodotto effetti commerciali quantificabili. Il messaggio è chiaro: la leva negoziale funziona quando è inserita in un contesto di reciprocità commerciale, non quando resta una dichiarazione d’intenti separata dai flussi reali di scambio.

Intanto lo scenario globale si irrigidisce. La Cina ha ampliato in modo significativo il suo regime di controllo delle esportazioni già nell’ottobre 2025, limitando l’accesso globale alle terre rare e dimostrando di poter usare la propria posizione dominante come strumento di pressione geopolitica. Sul fronte opposto, gli Stati Uniti stanno impostando una risposta che non passa dalla competizione diretta su volumi di estrazione e lavorazione, ma da un salto tecnologico: secondo uno studio pubblicato dal Council on Foreign Relations, l’approccio americano punta a superare la dominanza cinese investendo su innovazione, recupero e riciclo – un percorso più economico, più pulito e più rapido da attivare, che potrebbe isolare il paese da futuri shock di approvvigionamento. Due strategie opposte che stringono l’Europa in una tenaglia: da un lato un fornitore dominante che chiude i rubinetti, dall’altro un concorrente che salta l’ostacolo con la tecnologia.

Di fronte a un quadro del genere, l’Unione deve chiedersi se la sua cassetta degli attrezzi sia ancora quella giusta. Meno etichette e più leve commerciali, meno annunci e più finanziamenti concentrati sui colli di bottiglia reali delle filiere. La finestra per un’autonomia parziale nelle materie prime critiche non resterà aperta a lungo.