Il testo licenziato dalle commissioni Ambiente e Agricoltura introduce limiti più severi della normativa nazionale

Mentre l’Italia prova ad accelerare verso i target di decarbonizzazione al 2030, il Piemonte sceglie la via più restrittiva. Il disegno di legge regionale sulle aree idonee, licenziato l’8 luglio dalle commissioni Ambiente e Agricoltura, cristallizza paletti più severi di quelli previsti dalla normativa nazionale: un tetto dello 0,8% sulla superficie agricola utilizzata (SAU) regionale, un limite del 2% per ogni Comune, e la possibilità per le amministrazioni locali di istituire fasce di rispetto fino a 50 metri dai confini delle aree residenziali dove sarà vietato installare impianti a terra. Un intervento che arriva in un momento in cui altre Regioni si stanno già muovendo, e che rischia di creare un divario competitivo difficile da colmare.

La tagliola dello 0,8%

Il numero è di quelli che fanno sobbalzare chi opera nel settore: lo 0,8% della SAU regionale. Tradotto in termini pratici, significa che in tutto il Piemonte i terreni agricoli destinabili a nuovi impianti fotovoltaici o eolici saranno una frazione minima del totale disponibile. A questo si aggiunge il vincolo comunale del 2%, che impedisce di concentrare gli impianti in pochi territori, distribuendo il peso su tutti i municipi ma di fatto rendendo più complessa qualsiasi pianificazione su scala adeguata.

Secondo quanto denunciato da FINCO, il disegno di legge regionale n. 136 contiene disposizioni «più restrittive rispetto alla disciplina nazionale» ed è «potenzialmente in grado di rallentare lo sviluppo delle energie rinnovabili sul territorio piemontese». Un giudizio netto, che fotografa il rischio di un Piemonte sempre meno attrattivo per gli investitori mentre altre regioni si attrezzano per intercettare la domanda crescente di nuova capacità rinnovabile.

L’intreccio politico

Dietro la stretta c’è un groviglio di interessi e di ritardi che vale la pena ricostruire. Il punto di partenza è il decreto legge 175, approvato il 21 novembre dello scorso anno e convertito a gennaio 2026. Ebbene, a cinque mesi da quel passaggio parlamentare, la macchina regionale si era mossa con lentezza: ad aprile 2026, solo l’Umbria aveva pubblicato nel proprio bollettino la legge di recepimento. Il Piemonte ha impiegato altri tre mesi per arrivare al testo licenziato in commissione, e lo ha fatto inserendo vincoli che vanno ben oltre il perimetro tracciato da Roma.

Ci sono almeno due elementi di peculiarità piemontese che spiegano, in parte, questa impostazione. Il primo riguarda i terreni agricoli: i criteri applicabili sono stati rivisti con l’obiettivo dichiarato di tutelare le superfici coltivabili, ma il risultato è un irrigidimento che colpisce direttamente il fotovoltaico a terra, la tecnologia oggi più competitiva sul fronte dei costi. Il secondo elemento è il ruolo delle cave dismesse. Il testo introduce un percorso per trasformare le cave in impianti fotovoltaici come forma di recupero ambientale, attraverso una modifica alla legge regionale 23/2016 sulle attività estrattive. È una valvola di sfogo pensata per compensare la chiusura sui terreni agricoli, ma con un potenziale limitato: le cave dismesse sono distribuite in modo disomogeneo sul territorio e difficilmente potranno ospitare impianti di taglia sufficiente a compensare il blocco sulle superfici agricole.

Il testo licenziato dalle commissioni Ambiente e Agricoltura non si limita ai paletti: amplia anche gli spazi per alcune tecnologie, come i sistemi di accumulo (Bess), il mini-eolico e il fotovoltaico flottante, e introduce nuove regole per biometano e cave. Ma sono aperture che riguardano nicchie specifiche, mentre il grosso della partita — il fotovoltaico utility scale su terreno — resta imbrigliato in una rete di vincoli che nessun’altra Regione ha scelto di adottare con questa intensità.

A titolo di confronto: la Lombardia ha approvato la legge regionale n. 10 il 21 maggio 2026, muovendosi con tempismo e individuando ulteriori aree idonee oltre a quelle già definite dalla normativa nazionale. Il Piemonte, al contrario, ha scelto la strada opposta: non ampliare, ma restringere.

Chi vince, chi perde

Il risultato è un campo minato per gli investitori. Le aziende che avevano iniziato a posizionarsi sul territorio piemontese in attesa di un quadro normativo stabile si trovano ora a fare i conti con un sistema a doppia chiave: da un lato i limiti regionali su SAU e quote comunali, dall’altro la possibilità per i Comuni di istituire fasce di rispetto fino a 50 metri dai confini delle aree residenziali, dove sarà vietato installare impianti a terra o elevati da terra. Ogni progetto diventa un percorso a ostacoli: prima bisogna verificare la capienza del Comune rispetto al tetto del 2%, poi la disponibilità residua a livello regionale rispetto allo 0,8% della SAU, infine la distanza dai centri abitati secondo le scelte — potenzialmente diversificate — di ogni amministrazione locale.

I Comuni, in questo schema, escono rafforzati. La fascia di rispetto di 50 metri è uno strumento di tutela che li mette al riparo da contestazioni locali, ma che di fatto consegna ai singoli municipi un potere di veto indiretto sullo sviluppo delle rinnovabili. Un sindaco che volesse blindare il proprio territorio ha ora gli strumenti normativi per farlo, senza doversi esporre politicamente con un no esplicito.

L’unica valvola di sfogo è rappresentata, come detto, dalle cave dismesse. L’articolo 11 del nuovo testo modifica la legge regionale sulle attività estrattive per consentire la trasformazione di questi siti in impianti fotovoltaici, inquadrando l’operazione come forma di recupero ambientale. È un’idea che ha una sua logica — utilizzare aree già compromesse per produrre energia pulita — ma che difficilmente potrà compensare il freno imposto sui terreni agricoli. Le cave dismesse in Piemonte sono un patrimonio rilevante, ma la loro distribuzione geografica e la taglia media degli impianti realizzabili non bastano a colmare il fabbisogno di nuova capacità che la transizione richiederebbe.

La partita è ancora aperta. Il testo dovrà ora completare l’iter legislativo regionale, e non è escluso che emergano ulteriori modifiche. Ma il segnale che arriva da Torino è chiaro: il Piemonte ha scelto la via più stretta, quella che privilegia la tutela del suolo agricolo e il controllo locale sullo sviluppo delle rinnovabili. Una scelta legittima sul piano politico, ma che rischia di isolare la regione in un momento in cui la competizione tra territori per attrarre investimenti nella transizione energetica si sta facendo serrata. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se il modello piemontese diventerà un precedente per altre Regioni o se, al contrario, si trasformerà in un vantaggio competitivo per chi — come la Lombardia, e a breve probabilmente anche Veneto ed Emilia-Romagna — ha scelto un approccio più aperto. Il mercato non aspetterà: i primi bandi successivi all’entrata in vigore della legge regionale diranno molto sulla reale capacità del Piemonte di restare nella partita delle rinnovabili.