L’intesa politica sullo stoccaggio fatica a tradursi in direttive vincolanti e armonizzate
L’Europa ha superato 100 GW di capacità installata di stoccaggio energetico per la prima volta lo scorso anno. Un dato da primato, certificato il 22 giugno scorso dal rapporto EMMES, che dovrebbe far esultare Bruxelles. E invece, mentre i numeri raccontano una crescita impetuosa, le norme sull’accumulo restano un mosaico di leggi nazionali scoordinate. La regolamentazione dell’accumulo di energia nell’UE è frammentata tra diversi atti normativi, molti dei quali richiedono un recepimento a livello di Stati membri, creando un labirinto burocratico che frena gli investimenti e rallenta la transizione.
100 GW: perché il record non basta
Qualche settimana fa il rapporto EMMES ha certificato che l’Europa ha superato 100 GW di capacità installata aggiungendo, già nel 2025, 13,5 GW di accumulo elettrochimico. Un traguardo tecnico che segna il peso crescente delle batterie nel mix energetico del continente. Ma la celebrazione dei numeri si scontra subito con una realtà giuridica frammentata. Come nota lo studio legale Morgan Lewis, la regolamentazione UE dell’accumulo di energia è sparsa tra una molteplicità di atti normativi, molti dei quali demandano l’attuazione proprio agli Stati membri. In pratica, ciò che è permesso in Germania può essere complicato in Italia o bloccato in Spagna. Manca una definizione univoca di “stoccaggio”, mancano regole armonizzate per l’immissione in rete, per la doppia tariffazione e per l’accesso ai mercati dei servizi di flessibilità.
A cosa serve accumulare elettroni se le regole per farli circolare sono diverse da paese a paese? Il paradosso è tutto qui: l’Europa ha costruito la capacità di immagazzinare energia, ma non ha ancora deciso come gestirla in modo coerente. Lo scorso febbraio, il Comitato economico e sociale europeo (CESE), su richiesta della presidenza cipriota, ha adottato un parere concentrato sulla connettività energetica transfrontaliera, un chiaro segnale che la consapevolezza del problema sta crescendo, ma siamo ancora alle prese con un mosaico di norme che ostacola la creazione di un vero mercato unico dell’energia.
L’accordo tripartito: una svolta politica, ma il diavolo è nei dettagli
Eppure, qualcosa si muove. Il 26 giugno scorso, l’UE ha partorito l’accordo tripartito sullo stoccaggio energetico. Un’intesa tra Commissione, Parlamento e Consiglio che, secondo Patrick Clerens, segretario generale di Energy Storage Europe, rappresenta il più completo riconoscimento politico dello stoccaggio energetico a livello UE fino ad oggi. Parole che pesano, perché per la prima volta Bruxelles riconosce formalmente che l’accumulo non è solo un’appendice delle rinnovabili, ma un pilastro della politica industriale ed energetica europea.
La domanda ora è: questa intesa riuscirà a tradursi in direttive vincolanti o resterà un manifesto di buone intenzioni? L’annuncio politico, per quanto solenne, non ha di per sé il potere di cancellare anni di frammentazione normativa. La strada verso un regolamento armonizzato è ancora lunga e irta di ostacoli, a cominciare dalla definizione di target vincolanti per gli Stati membri e dalla creazione di un quadro giuridico che superi le attuali barriere fiscali e amministrative. Senza un’attuazione rapida e incisiva, l’accordo rischia di restare un simbolo vuoto, incapace di risolvere i problemi concreti di chi investe e opera nel settore.
Chi paga il prezzo dell’incertezza?
Dietro le dichiarazioni politiche, c’è un dato concreto: lo stoccaggio è un’infrastruttura strategica. Lo ha ribadito lo stesso Clerens: abilita la transizione energetica pulita, supporta la transizione digitale, rafforza la competitività industriale e riduce la dipendenza europea dai combustibili fossili importati. Ma finché l’incertezza normativa persisterà, a pagare il prezzo più alto saranno i cittadini e le imprese. La mancanza di regole chiare allontana gli investimenti, rallenta lo sviluppo di nuovi impianti e impedisce all’Europa di sfruttare appieno quei 100 GW di capacità accumulata. Avere le batterie ma non poterle usare in modo efficiente si traduce in bollette più care e in una minore resilienza del sistema elettrico di fronte agli shock esterni. Riuscirà l’Europa a passare dai record di capacità alle regole per usarla davvero? O il conto della transizione lo pagheranno famiglie e imprese?




