Un prestito ponte da 50,5 milioni ha permesso di anticipare i cantieri in attesa dei fondi GSE

Tre impianti, uno in provincia di Cremona e due nell’Alessandrino, per una capacità complessiva che sfiora i 2.200 standard cubic meters all’ora — sufficienti a riscaldare quasi quattromila abitazioni. Ieri, la società italiana Ringas ha incassato un finanziamento da circa 70 milioni di euro da un pool di banche — BNL BNP Paribas, Crédit Agricole Italia e ING Bank — per portare a compimento questi tre impianti di biometano. Ma la vera anomalia del progetto non è la potenza installata: è che la costruzione è iniziata nel 2025, poco dopo la pubblicazione dei risultati della quinta asta del Gestore dei Servizi Energetici (GSE V), quando gli incentivi erano stati promessi ma non ancora incassati. A coprire quel rischio ci ha pensato un prestito ponte da 50,5 milioni di euro, che ieri è stato rimborsato grazie al nuovo finanziamento in pool. Un caso da manuale di ingegneria finanziaria applicata alla decarbonizzazione del gas.

Da biogas a biometano: la scommessa dei 2.200 Sm³/h

Ringas, partecipata dal fondo SWEN Impact Fund for Transition 2 gestito da Swen Capital Partners, era partita acquisendo sei impianti a biogas esistenti: cinque nel Cremonese e uno in provincia di Alessandria. Il salto di qualità stava nella conversione di quei sei siti in tre unità di biometano ad alta efficienza, un’operazione che richiede upgrading dell’impianto — in sostanza, la purificazione del biogas grezzo fino a ottenere metano con concentrazione superiore al 97%, indistinguibile dal gas fossile e immissibile direttamente nella rete Snam.

I tre progetti sono stati ammessi nell’ambito della quinta procedura competitiva del GSE, un’asta che assegna incentivi ventennali in conto capitale e tariffe agevolate. Il problema, noto a chiunque operi nel settore, è che tra l’ammissione all’incentivo e l’effettiva erogazione dei fondi passano mesi, a volte anni. Aspettare significava perdere finestre di cantiere, allungare il time-to-market e rischiare di sforare le scadenze amministrative. Ringas ha scelto una strada diversa: un finanziamento ponte concesso dal fondo infrastrutturale Infrabridge IV, gestito da RGREEN INVEST, che ha chiuso un finanziamento ponte senior proprio a ridosso dell’asta GSE. La rapida erogazione ha permesso di aprire i cantieri subito, assumendo il rischio che l’incentivo non si concretizzasse.

70 milioni per rimborsare il ponte: l’ingegneria finanziaria

L’architettura del deal è stratificata e merita di essere smontata pezzo per pezzo, perché rappresenta un modello replicabile. Primo strato: nell’estate 2025, Infrabridge IV sottoscrive un’obbligazione a medio termine da 50,5 milioni di euro, una sorta di prestito-ponte che consente a Ringas di finanziare immediatamente la conversione dei sei impianti biogas in tre unità di biometano. Il denaro viene erogato in fretta, scavalcando i colli di bottiglia burocratici degli incentivi pubblici.

Secondo strato: un anno dopo, a luglio 2026, il pool composto da BNL BNP Paribas, Crédit Agricole Italia e ING Bank entra in campo con un project financing da 70 milioni di euro. La somma non serve ad aprire nuovi cantieri: è destinata principalmente al rimborso dell’obbligazione sottoscritta l’anno precedente. In pratica, il finanziamento bancario prende il posto del debito ponte, consolidando la struttura di capitale del progetto e liberando risorse per la fase operativa degli impianti. Il passaggio da bridge loan a project financing è tecnicamente chiamato take-out financing, ed è un’operazione che richiede un allineamento perfetto tra le scadenze dell’obbligazione, i milestone di costruzione e i tempi di erogazione degli incentivi. Se uno solo di questi anelli si spezza, il castello crolla.

Il vantaggio per Ringas è duplice: da un lato, i cantieri hanno guadagnato mesi preziosi; dall’altro, il rischio di credito è stato trasferito dal fondo infrastrutturale a un consorzio di banche commerciali, tipicamente più attrezzate per accompagnare la fase di esercizio a lungo termine. Per RGREEN INVEST, il take-out ha significato rientrare dall’investimento con un orizzonte temporale molto più breve di quello di un project financing standard. Un gioco a incastro che, se funziona, accelera l’intera pipeline del biometano italiano.

Lombardia locomotiva, ma il target 2030 è lontano

Il caso Ringas non è un’eccezione isolata: si inserisce in una fase di accelerazione che vede la Lombardia in testa alla classifica GSE della Lombardia con 192 progetti selezionati, di cui 91 provenienti proprio dalla quinta asta GSE i cui risultati sono stati annunciati nell’aprile 2024. Secondo i dati diffusi dal GSE, sono 560 i nuovi progetti autorizzati e ammessi all’incentivo in tutta Italia, e oltre il 97% del contingente incentivato disponibile è già stato assegnato attraverso le prime cinque procedure competitive.

La pipeline, insomma, c’è ed è robusta. Ma i numeri della produzione attuale raccontano una storia diversa. Secondo il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), l’Italia dovrebbe raggiungere 5,7 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030. La produzione rilevata nel 2024, come indicato nell’analisi sull’evoluzione del ruolo del biometano in Italia, si attestava attorno a 0,4 miliardi di metri cubi. In altre parole, manca ancora il 93% del target, e restano poco più di tre anni per colmare la distanza.

Una boccata d’ossigeno arriva dall’estensione della scadenza del PNRR, slittata oltre il 30 giugno 2026 e potenzialmente prorogata fino al 30 giugno 2028. Una corsa contro il tempo per i contributi PNRR che dà respiro agli investimenti ancora in fase di costruzione, ma che non modifica la sostanza del problema: passare da poche centinaia di milioni di metri cubi a quasi sei miliardi richiede non solo progetti sulla carta, ma impianti fisicamente in esercizio. E gli impianti, come dimostra il caso Ringas, si costruiscono solo se la finanza arriva prima della burocrazia.

Per chi installa e gestisce, il modello Ringas — ponte obbligazionario, take-out bancario, incentivi pubblici a copertura — è un template che accorcia i tempi e sposta il rischio dove può essere gestito meglio. Il vero banco di prova, ora, non è più la disponibilità di capitali o l’assegnazione degli incentivi: è la capacità realizzativa di un intero Paese, chiamato a trasformare cinquecento progetti autorizzati in altrettanti impianti funzionanti prima che il 2030 diventi un miraggio statistico.