Prima o poi arriva per tutti. Guardi i moduli che da anni producono silenziosamente elettricità sul tetto di casa e ti chiedi: e quando smetteranno di funzionare, che fine faranno? Non è un pensiero astratto da ecologista militante, è una domanda molto concreta da proprietario, con tanto di futuro conto da pagare. Il preventivo per lo smaltimento non te l’ha ancora mandato nessuno, ma arriverà. E il dubbio resta: quei pannelli diventeranno un rifiuto tossico o potranno rinascere in qualcosa di utile?

La risposta, purtroppo, inizia da un numero che fa impressione.

La montagna che sale e la via d’uscita

Secondo l’International Renewable Energy Agency (IRENA), entro i primi anni 2030 la quantità cumulativa globale di pannelli fotovoltaici arrivati a fine vita raggiungerà 1,7 milioni di tonnellate. Non è una stima catastrofista: i conti sono presto fatti. La vita utile dei pannelli è stimata in circa trent’anni, e la prima grande ondata di installazioni sta invecchiando proprio adesso. Per dare un termine di paragone: l’India da sola, stando ai dati del CEEW, genererà circa 11.221 kilotonnellate di rifiuti solari entro il 2047, e il 92 per cento di questa montagna sarà costituita da moduli in silicio cristallino.

Dentro quei moduli, però, c’è la chiave per uscire dal vicolo cieco. La scorsa settimana un gruppo di ricerca dell’Academy of Scientific and Innovative Research (AcSIR) e del National Physical Laboratory of India (CSIR) ha pubblicato su RSC Sustainability i dettagli di un nuovo processo di riciclo che ha raggiunto un recupero di silicio del 97,75 per cento. Non è un decimale per addetti ai lavori: significa strappare alla spazzatura quasi tutto il cuore tecnologico del pannello. Il metodo parte dallo smontaggio manuale e dalla rimozione del telaio di alluminio, poi applica un trattamento termico a 480 °C che decompone l’incapsulante in EVA, il backsheet e i residui di vetro. Successivamente, un bagno chimico con un rapporto molare di soda caustica e acido cloridrico pari a 1:1,25 fa il resto, restituendo silicio purissimo.

Il bello arriva quando quel silicio non torna semplicemente nell’industria fotovoltaica, ma viene testato per produrre elettrodi per supercondensatori. I valori di capacità specifica ottenuti su tre diversi substrati dicono che la strada è percorribile: 143,23 farad per grammo su foglio di rame, 30,53 su ITO e 163,92 su grafite. Tradotto: il silicio del tuo vecchio pannello potrebbe un giorno finire dentro un sistema di accumulo, e non in discarica. Così, mentre l’India si attrezza, un’azienda europea corre già.

Due modi di fare i conti con i rifiuti

Non è solo una questione di laboratorio. C’è chi ha già fatto il salto dal vetrino da esperimento alla linea commerciale. ROSI, impresa europea specializzata nel riciclaggio fotovoltaico, è oggi un punto di riferimento per chi prende sul serio il fine vita dei moduli. La loro tecnologia permette di portare il recupero del valore economico dei pannelli dal 35 per cento (ottenuto con i metodi tradizionali di triturazione) fino al 95 per cento. Anche ROSI punta a recuperare silicio ad alta purezza destinandolo al settore delle batterie: due approcci diversi, ma la stessa direzione. L’accademia indiana sta perfezionando la chimica di processo, l’industria europea sta mettendo in fila i clienti.

La posta in gioco per l’India è gigantesca. Il rapporto del CEEW stima che dal 2026 al 2047 il riciclo dei moduli solari potrà soddisfare il 38 per cento della domanda complessiva di materiali, con il contributo del silicio che da solo raggiungerebbe il 60 per cento. Significa che un Paese con un parco fotovoltaico in fortissima espansione può ridurre la dipendenza dalle importazioni di materie prime critiche semplicemente facendo bene le pulizie di casa propria. E l’Italia? Da noi il problema non è meno reale, solo spostato di qualche anno. I primi grandi impianti residenziali hanno cominciato a diffondersi con il Conto Energia della seconda metà degli anni Duemila: quando inizieranno a spegnersi, qualcuno dovrà farsi carico dello smaltimento. Oggi nessun installatore ti consegna il preventivo con la voce “ritiro e riciclo tra trent’anni”, ma chi sceglie un fornitore può già chiedere se aderisce a consorzi di recupero o se ha partnership con aziende come ROSI. Non è una domanda da fanatico della sostenibilità: è un modo per sapere se su quel tetto ci hai messo una risorsa o un debito.

La differenza tra i due modelli è una scelta di mercato oltre che tecnica. Il team indiano di AcSIR e CSIR ha ottimizzato un processo che potrebbe abbattere i costi del recupero di silicio e aprirgli nuove applicazioni, mentre ROSI ha già costruito un business intorno all’alto valore dei materiali separati. Entrambi dimostrano che la vecchia equazione “pannello esausto uguale rifiuto speciale da portare in discarica a caro prezzo” non è più l’unica possibile. Si può invece pensare a un pannello come a una miniera urbana che, dopo tre decenni di onorato servizio, restituisce quello che gli avevamo prestato.

E tu, quando sceglierai i prossimi pannelli, saprai che dietro c’è una storia di riciclo?

Il silicio che oggi cattura il sole può tornare a farlo domani, ma solo se pretendiamo che il cerchio si chiuda.