Lo scorso 2 luglio è stata inaugurata l’interconnessione elettrica tra Spagna e Portogallo, un’opera che regala alla penisola iberica altri 1.000 megawatt di capacità di scambio. Chi gestisce un’impresa o semplicemente paga una bolletta ogni mese, però, si sta facendo una domanda più terra terra: qualcosa cambierà davvero, nei consumi di tutti i giorni? I numeri promessi sono lusinghieri, ma basta allungare lo sguardo verso l’Europa per capire che la strada è ancora lunga.
Una luce in fondo al cavo?
A raccontare l’inaugurazione sono i gestori di rete, lo spagnolo Red Eléctrica e il portoghese REN. Con il nuovo collegamento si arriva a 4.200 MW dalla Spagna verso il Portogallo e 3.500 MW nella direzione opposta. Non è poco: gli studi allegati al progetto stimano che ogni anno si potranno integrare 281 gigawattora in più di energie rinnovabili, evitando l’emissione di 113.000 tonnellate di anidride carbonica. Sono cifre che fanno effetto se si pensa all’impatto ambientale, ma vanno ridimensionate se si guarda alla realtà delle bollette e alla concorrenza internazionale. Il cavo collega due economie già abituate a scambiarsi elettricità, e l’incremento di capacità, per quanto utile, incide su un mercato dove il prezzo all’ingrosso si gioca molto più lontano da questo singolo elettrodotto.
La domanda vera, quindi, non è se il cavo funzioni – funziona – ma se basti a togliere la penisola iberica dall’angolino in cui si trova rispetto al resto d’Europa. E qui i numeri cambiano tono.
L’isola energetica resiste
Chi ha memoria delle reti elettriche ricorderà un episodio che non ha ancora due anni: lo scorso 28 aprile 2025, a mezzogiorno e mezzo, i sistemi elettrici di Spagna continentale e Portogallo subirono un blackout totale. Non fu un banale distacco, ma un collasso che spense tutto, rivelando quanto sia fragile una rete quando non ha abbastanza vie di fuga verso l’esterno. Oggi la Commissione Europea ricorda che l’Unione si è data un obiettivo di interconnessione del 15% entro il 2030 – cioè la capacità di scambio deve valere almeno il 15 per cento della potenza installata. La Spagna, nel 2026, è ferma al 3,11 per cento, il secondo livello più basso dell’Europa continentale. Significa che per ogni 100 pannelli, pale eoliche e centrali che il paese ha installato, solo 3 possono “parlare” con il resto del continente. Il Portogallo sta persino peggio.
Il nuovo cavo iberico rafforza l’asse orizzontale tra Madrid e Lisbona, ma non crea un ponte verso nord. La penisola resta un’isola energetica, come ha ribadito nei giorni scorsi anche un ministro portoghese, sottolineando che il paese guida la corsa alle rinnovabili però rimane isolato. Non è una questione di orgoglio: è il motivo per cui, quando in Spagna tira vento forte o il sole picchia duro, l’elettricità costa quasi zero sulla piazza locale, ma quei prezzi bassi non riescono a raggiungere né un’acciaieria tedesca né una famiglia di Marsiglia, e viceversa.
Una scossa vera potrebbe arrivare da un altro progetto, quello del Golfo di Biscaglia, appoggiato dalla Banca europea per gli investimenti. Secondo le stime ufficiali, raddoppierà quasi la capacità di scambio elettrico tra Spagna e Francia, portandola a 5.000 MW, e dovrebbe evitare 600.000 tonnellate di CO₂ ogni anno. Ma l’entrata in funzione non è prevista prima del 2028. Fino ad allora, il collo di bottiglia rimane quello di sempre: i Pirenei.
Il conto in tasca: cosa cambia davvero
Per chi oggi paga una bolletta o programma investimenti per la propria azienda, la differenza tra il cavo appena inaugurato e quello ancora da posare è tutta pratica. L’interconnessione ispano-portoghese non produrrà sconti immediati nella tariffa domestica; i prezzi all’ingrosso nella penisola iberica continuano a dipendere dal mix di gas, idroelettrico e rinnovabili, e finché l’integrazione con il mercato unico europeo resterà al lumicino, i benefici restano confinati sull’asse orizzontale. Quando il collegamento con la Francia diventerà operativo, invece, gli operatori potranno comprare e vendere elettricità su scala molto più ampia, attenuando i picchi e calmierando le oscillazioni. Ma è una prospettiva da fine decennio.
Nel frattempo, la scelta più concreta per famiglie e piccole imprese non è aspettare il prossimo elettrodotto. È investire sull’autoproduzione: pannelli sul tetto, batterie per accumulare, magari entrando in una Comunità energetica rinnovabile per spartire l’energia con i vicini e alleggerire i costi fissi. Non serve promettere rivoluzioni: basta osservare che, con gli attuali incentivi e il costo dei moduli sceso ai minimi, il tempo di rientro si accorcia ogni anno. La linea nuova con il Portogallo è un mattone necessario – non l’ultimo – della casa energetica europea. Ma per chi deve far quadrare i conti, la transizione vera si fa sul tetto di casa, non aspettando il prossimo cavo sottomarino.



