L’espansione ai prodotti finiti in acciaio e alluminio potrebbe colpire 18 miliardi di export cinese

Diciotto miliardi di euro. È il valore aggiuntivo delle esportazioni cinesi verso l’Unione europea che finirebbero sotto la nuova lente del carbon border adjustment mechanism se l’estensione ai prodotti a valle dovesse passare il vaglio finale. Non più solo acciaio grezzo e alluminio di base, ma bulloni, fili, molle, articoli per la casa. Il protezionismo climatico europeo cambia scala, e lo fa all’indomani di un voto che ha scavalcato le proposte iniziali: la commissione Ambiente del Parlamento europeo ha approvato la sua posizione lo scorso 6 luglio con 56 voti a favore, 11 contrari e 12 astensioni, rafforzando il meccanismo in punti nevralgici.

La Cina nel mirino

Il CBAM, adottato nel 2023 e in vigore da gennaio 2026, copriva già una fetta significativa degli scambi: circa il 4,7% delle importazioni totali dell’UE nel 2023. Ma l’espansione ai prodotti finiti a valle cambia i rapporti di forza. Secondo un’analisi della Commissione europea, la Cina sarebbe il partner commerciale più esposto, con esportazioni aggiuntive verso l’UE stimate in circa 18 miliardi di euro all’anno. Non si tratta più di materia prima semilavorata, ma di componenti finite che entrano direttamente nelle catene industriali e di consumo: il perimetro si allarga, e la Cina – primo fornitore mondiale di manufatti in acciaio e alluminio a valle – si trova al centro esatto di questo allargamento. Il dato da solo dice che l’effetto non sarà marginale: 18 miliardi di export aggiuntivo sottoposto a dazi carbonio rappresentano un salto di scala rispetto alla prima fase del meccanismo, finora concentrata su cemento, ferro, acciaio, alluminio, fertilizzanti ed elettricità. Per capire come si sia arrivati a questo punto, bisogna tornare a ciò che è successo a Bruxelles pochi giorni fa.

Cosa ha deciso (davvero) la commissione Ambiente

Lo scorso 6 luglio la commissione Ambiente, clima e sicurezza alimentare (ENVI) del Parlamento europeo ha adottato la sua posizione sulle modifiche proposte dalla Commissione europea per riformare il CBAM. Il voto – 56 a favore, 11 contrari, 12 astenuti – non è stato soltanto un passaggio tecnico. I deputati hanno confermato l’estensione dell’ambito del meccanismo ben oltre i materiali di base, accogliendo la proposta dell’esecutivo comunitario che già a dicembre 2025 aveva individuato circa 180 prodotti a valle da sottoporre a dazio: voci che spaziano dai bulloni e dalle molle fino agli articoli domestici in acciaio e alluminio.

Il testo approvato in commissione, però, va oltre la proposta iniziale su almeno due fronti. Sulle norme anti-elusione, gli eurodeputati hanno specificato che la pratica dei beni “leggermente modificati” deve coprire anche le lavorazioni minime, e hanno ristretto la regola in modo da colpire esclusivamente gli accordi messi in piedi con il solo scopo di aggirare il CBAM. È una chiusura di una scappatoia che nelle fasi preparatorie era stata indicata come uno dei rischi maggiori per l’efficacia del meccanismo. Sul fronte della flessibilità, la commissione ha eliminato la salvaguardia pensata dalla Commissione per sospendere il dazio in caso di picchi di prezzo, sostituendola con un meccanismo di reindirizzamento temporaneo dei ricavi del CBAM verso i settori colpiti. La logica è diversa: non si sospende il dazio, ma si usano i proventi per compensare i settori sotto stress, tenendo in piedi il segnale di prezzo sul carbonio.

La decisione ha un valore politico, non ancora legislativo. Il testo dovrà ora passare alla plenaria del Parlamento europeo per una votazione che si annuncia combattuta, perché l’estensione ai prodotti a valle moltiplica il numero di filiere toccate e allarga il fronte dei potenziali conflitti commerciali. Ma intanto il segnale è chiaro: la maggioranza in commissione Ambiente ha scelto di non annacquare il meccanismo, anzi di rafforzarlo.

L’effetto domino: dal Regno Unito alla Cina

La posizione del Parlamento europeo non matura nel vuoto. Il Regno Unito ha già fissato al 1° gennaio 2027 l’entrata in vigore del proprio CBAM, che ricalcherà in buona parte l’architettura europea. È il primo effetto domino di una partita che si gioca sul piano della competitività tra blocchi commerciali: chi adotta un meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera lo fa anche per evitare che le proprie industrie, sottoposte a costi crescenti per le emissioni, vengano spiazzate da importazioni da paesi con regole ambientali più lasche.

In questo scenario, la Cina resta l’osservato speciale. L’analisi della Commissione europea che stima in 18 miliardi l’export aggiuntivo potenzialmente tassabile dà la misura di quanto Pechino abbia da perdere da un’espansione del CBAM ai prodotti finiti. È un’esposizione che non ha equivalenti tra gli altri partner commerciali dell’UE e che rischia di innescare una reazione: la Cina ha già più volte criticato il CBAM come una misura protezionistica, e un suo irrigidimento – o l’adozione di contromisure – potrebbe trasformare il meccanismo in una linea di faglia commerciale. Il dato da tenere d’occhio ora non è più Bruxelles, ma Pechino e Londra: le loro reazioni decideranno se il CBAM diventa uno standard globale o una nuova frattura negli scambi internazionali.