Shell ha ridotto gli investimenti nelle rinnovabili dal 2023, mentre TotalEnergies compra e cede il 50% a KKR

Sei settimane fa, TotalEnergies ha firmato due accordi in un solo giorno. Da una parte ha comprato da Shell l’intera attività onshore rinnovabile in Europa: 500 MW di asset solari ed eolici in operazione o in costruzione, concentrati soprattutto in Italia e nei Paesi Bassi, più una pipeline di 3,5 GW di progetti solari, eolici e di stoccaggio in Italia, Regno Unito e Spagna. Dall’altra ha ceduto a un conto assicurativo gestito da KKR il 50% di un portafoglio di asset solari ed eolici onshore da 1,2 GW in Europa, con un enterprise value di 1,8 miliardi di euro. Comprare e vendere rinnovabili nella stessa firma: è questo il volto attuale della transizione energetica europea.

Comprare e vendere nella stessa firma

La notizia non è una, ma due. E il fatto che siano arrivate insieme è il punto. TotalEnergies non sta semplicemente espandendosi: sta comprando un portafoglio per poi cederne metà del controllo, come se l’espansione industriale avesse bisogno, per reggersi, di un’uscita parziale verso il capitale finanziario.

Il versante acquisitivo è lineare. L’operazione con Shell comprende asset solari ed eolici per 500 MW già operativi o in costruzione, localizzati principalmente in Italia e nei Paesi Bassi, e una pipeline di 3,5 GW in Italia, Regno Unito e Spagna. Il closing è previsto entro la fine del 2026 e resta subordinato all’approvazione delle autorità competenti. Firmare non significa ancora possedere: è un annuncio, vincolante, ma non ancora un atto compiuto.

Il versante opposto dice qualcos’altro. Lo stesso giorno TotalEnergies ha ceduto a KKR il 50% di un portafoglio da 1,2 GW, valorizzato 1,8 miliardi di euro. Non esce del tutto: manterrà il 50% e resterà l’operatore degli asset dopo il completamento della transazione, previsto nel 2026 e soggetto alle consuete condizioni. Il risultato è un paradosso: il portafoglio rinnovabile europeo di TotalEnergies — che secondo l’annuncio ammonta a quasi 10 GW di capacità installata lorda o in costruzione e 27 GW in sviluppo — cresce con l’operazione Shell, ma una parte del suo valore viene monetizzata e condivisa con un investitore finanziario prima ancora che l’acquisto si chiuda. In pratica, TotalEnergies allarga il perimetro ma ne cede metà del valore a un investitore esterno, trattenendo la gestione operativa. È una mossa che parla di capitale, prima che di transizione.

Per capire questa doppia mossa, conviene guardare ai numeri di chi le rinnovabili le ha già abbandonate.

I numeri della ritirata

Dietro l’accordo c’è una storia iniziata nel 2023. Da quando Wael Sawan ha assunto la guida di Shell, all’inizio di quell’anno, la major ha ridotto gli investimenti nella generazione di energia rinnovabile per concentrarsi su attività considerate più redditizie, come la produzione e il commercio di gas. Alla fine del 2025 la capacità di energia rinnovabile di Shell ammontava a 6,1 GW; di questi, secondo la fonte, circa quattro quinti erano rappresentati da Sprng. L’azienda ha inoltre annacquato l’obiettivo di riduzione delle emissioni di carbonio per il 2030 e abbandonato quello intermedio per il 2035 sull’intensità carbonica dell’energia venduta, nell’ambito della strategia per diventare un’azienda a emissioni nette zero entro il 2050.

BP ha seguito una traiettoria simile. La fonte pubblicata il 3 agosto 2026 la descrive come un’azienda che ha ridotto gli investimenti nelle rinnovabili dopo che la scommessa sull’energia verde aveva provocato una reazione negativa degli azionisti; nel frattempo BP stava dismettendo simultaneamente asset petroliferi e di gas nel Mare del Nord e riducendo il portafoglio rinnovabile. La differenza è misurabile. Alla fine di giugno 2026, TotalEnergies deteneva più di 37 GW di capacità lorda di generazione rinnovabile e puntava a superare i 100 TWh di produzione netta di elettricità entro il 2030. Il target resta un obiettivo annunciato: la distanza tra annuncio e attuazione si misura su approvazioni regolatorie e condizioni di mercato, non solo sulla volontà industriale.

Il cerino acceso della transizione

Se Shell e BP mollano, TotalEnergies raddoppia. Ma solo a metà. La quota ceduta a KKR è il segno che un pezzo della transizione si finanzia attraverso il capitale finanziario, non solo con i bilanci industriali. Il portafoglio da 1,2 GW resterà operato da TotalEnergies, che manterrà il 50%; ma la domanda che resta aperta è un’altra. Quando il fondo vorrà rivendere la sua quota, chi ci sarà a comprare? Shell ha già venduto la sua attività onshore europea. BP ha ridotto i propri investimenti nelle rinnovabili. La transizione europea non è più una scommessa industriale a senso unico: è un campo in cui i giganti del petrolio scelgono se restare o uscire, mentre il capitale finanziario si prende il rischio — e il rendimento.