Il finanziamento da 730 milioni rifinanzierà impianti esistenti, ma al 2030 servono 71 GWh di accumulo
Lo scorso 3 agosto Sonnedix ha annunciato la chiusura di un finanziamento da 730 milioni di euro per il rifinanziamento, l’ottimizzazione e la costruzione di impianti tra Italia, Spagna, Portogallo e Francia. L’Italia rappresenta la quota maggiore dell’operazione, con una capacità complessiva superiore a 350MW. Sembra una buona notizia per la transizione. Ma il dettaglio che conta è un altro: le parole scelte da Sonnedix — rifinanziamento, ottimizzazione e costruzione — raccontano un’operazione in cui il capitale si muove, ma non necessariamente verso nuova capacità pulita.
Il paradosso dei 730 milioni
Il finanziamento sarà allocato su impianti fotovoltaici con una capacità combinata di circa 540MW e su due asset BESS. L’Italia, con più di 350MW, assorbe la quota maggiore dell’operazione. Alla transazione hanno partecipato AIB, CACIB, CIBC, ING, Intesa Sanpaolo, Sabadell, Santander CIB, Societe Generale e UniCredit: nove istituti, un consorzio ampio per un’operazione che unisce rifinanziamento e costruzione. Il portafoglio complessivo comunicato da Sonnedix è di 12GW, di cui oltre 1GW in costruzione, 4GW in esercizio e una pipeline di sviluppo di 6GW. Dentro questo perimetro, i 730 milioni annunciati lo scorso 3 agosto sono più una mossa di gestione dell’esistente che un salto dimensionale.
Sul fronte italiano dello stoccaggio, Sonnedix ha acquisito un portafoglio di sistemi di accumulo a batteria da 260MW a Tuscania, portando il proprio portafoglio BESS complessivo a circa 2,8GW. È stato il primo portafoglio autonomo di stoccaggio dell’azienda in Italia, composto da due progetti da quattro ore, da 160 MW/640 MWh e da 100 MW/400 MWh. Anche qui, però, si parla di portafogli acquisiti e integrati: non di nuova capacità entrata in esercizio.
La corsa a batterie nel Sud Europa
Quella di Sonnedix non è una partita solitaria. BNZ, IPP di proprietà di Nuveen Infrastructure, ha rivelato piani per aggiungere 850MW di capacità BESS al proprio portafoglio fotovoltaico tra Spagna, Italia e Portogallo: esattamente gli stessi mercati in cui si muove Sonnedix. Il finanziamento con ibridazione BESS di Sonnedix è parte di una corsa competitiva molto più ampia nel Sud Europa, in cui batterie, acquisizioni e nuovi annunci si inseguono.
La ragione di fondo l’ha spiegata Claus Wattendrup. Il CEO di Vattenfall UK ha riassunto la logica economica dello storage in questi termini: «Quando ci sono curtailment o ore negative, devi fermarti e non ricevi alcun pagamento. L’unica copertura possibile è aggiungere storage, ed è quello che abbiamo fatto». È una logica che spiega perché gli operatori dell’energia, nel Sud Europa, stiano legando sempre più i propri impianti fotovoltaici alle batterie.
Il conto con Terna
La corsa ha un traguardo ufficiale. Le analisi svolte da Terna e pubblicate nel Documento di Descrizione degli Scenari del 2022 mostrano che nello scenario «Fit-for-55» al 2030 serviranno circa 71 GWh di nuovo accumulo utility-scale. Già nel 2022, insomma, il gestore della rete elettrica aveva quantificato il fabbisogno: circa 71 GWh di nuova capacità di stoccaggio di grande taglia entro il 2030. È un numero che si misura in energia immagazzinabile, non in megawatt di pannelli. Ed è lì che la cronaca finanziaria incontra il problema reale.
Con quali risorse e con che tempi si coprirà quel fabbisogno? Il finanziamento di Sonnedix copre impianti fotovoltaici per circa 540MW e due asset BESS. La quota italiana supera i 350MW, ma tra i megawatt della quota maggiore e i gigawattora indicati da Terna non c’è un ponte automatico. I miliardi annunciati si trasformeranno in impianti prima della scadenza del 2030? Il comunicato di Sonnedix non lo dice. Mostra che il capitale è disponibile, che una platea di banche europee è disposta a seguirne i movimenti; mostra anche che una parte rilevante del flusso resta assorbita dal rifinanziamento e dall’ottimizzazione dell’esistente. La vera partita, per l’Italia, è se questo capitale riuscirà a convertirsi nei 71 GWh di accumulo che il sistema elettrico reclama entro il 2030.




