La lobby del solare cerca un marketer mentre il settore perde 40.000 posti di lavoro

Oggi, 15 luglio 2026, scade il termine per inviare curriculum e lettera di motivazione a SolarPower Europe, la principale lobby del fotovoltaico continentale. Cercano un professionista del marketing per un contratto temporaneo di otto mesi, quello che serve a coprire un congedo di maternità. L’associazione rappresenta oltre trecento organizzazioni in trentacinque paesi e ha un obiettivo dichiarato: fare del solare la prima fonte energetica europea entro il 2030. Servirà qualcuno che sappia raccontarlo bene. Peccato che, proprio mentre il dipartimento comunicazione si rinforza, il settore abbia appena bruciato quarantamila posti di lavoro. Benvenuti nell’era della transizione a due velocità.

Pannelli a gonfie vele, ma il vento dell’occupazione gira

Dietro la ricerca di un marketer si nasconde un dato scomodo. L’Unione europea ha centrato l’obiettivo solare per il 2025: lo scorso anno il 13% dell’elettricità prodotta nel continente arrivava dai pannelli fotovoltaici. Un traguardo che fino a pochi anni fa sembrava lontano, e che invece è stato raggiunto con un anno di anticipo rispetto alle attese. Eppure, mentre i comunicati esultano, i numeri delle installazioni raccontano un’altra storia. Nel 2025 l’Unione europea ha installato 65,1 gigawatt di nuova capacità solare, lo 0,7 per cento in meno rispetto ai 65,6 gigawatt del 2024. Sembra uno scarto marginale, ma è la prima volta dal 2016 che la curva annuale delle installazioni inverte la rotta. Dopo quasi un decennio di crescita ininterrotta, il mercato ha tirato il freno.

La contrazione è lieve, dicono gli analisti, quasi fisiologica per un settore che sta passando dall’adolescenza all’età adulta. Ma è il sintomo di qualcosa di più profondo: la transizione energetica non avanza più come un monolite, trainata da incentivi generosi e costi in caduta libera. Comincia a selezionare, a chiedere efficienza, a fare i conti con tassi d’interesse più alti e con una domanda elettrica che in alcuni paesi stenta a crescere. Il target del 2030 — portare il solare a essere la fonte dominante del mix europeo — resta appeso a questi decimali. E se la capacità installata arretra anche solo dello 0,7 per cento, il messaggio politico si incrina: non basta più dire che il sole è gratis.

La prima frenata in un decennio: chi ci rimette

Guardiamo oltre i gigawatt. Alla fine del 2024, secondo i dati diffusi da SolarPower Europe, il settore solare dell’Unione impiegava un numero record: 865.000 persone. Un esercito di installatori, progettisti, manutentori, commerciali, cresciuto a doppia cifra anno dopo anno, alimentato dalla corsa ai tetti fotovoltaici e ai grandi impianti a terra. Nel 2025, però, quel numero è sceso intorno a 825.000 unità: un calo del 5 per cento. Per la prima volta in un decennio, la crescita dei posti di lavoro nel solare si è fermata e ha invertito la rotta. Non un rallentamento, una vera e propria contrazione.

Il dato è politicamente esplosivo perché rompe la narrazione rassicurante secondo cui ogni pannello installato porta con sé nuova occupazione. Invece no: la maturità del mercato porta efficienza, automazione, consolidamento. Le aziende più grandi assorbono le più piccole, i processi si industrializzano, i margini si restringono. I posti di lavoro non scompaiono solo nella componentistica, messa all’angolo dalla concorrenza asiatica, ma anche nell’installazione e nella manutenzione, dove la pressione sui prezzi spinge a fare di più con meno persone. La transizione non è più una fabbrica automatica di lavoro: comincia a selezionare anche i corpi.

Le proiezioni per i prossimi anni confermano che non si tratta di un incidente di percorso. Dopo lo scossone del 2025, il settore dovrebbe tornare a crescere nel 2026, ma a ritmi più bassi e stabili, arrivando a sfiorare 916.000 posti di lavoro soltanto nel 2029. Significa recuperare il terreno perso in quattro anni, senza più i balzi del passato. Nel frattempo, la politica continua a fissare obiettivi di capacità sempre più ambiziosi, dando per scontato che l’occupazione segua come un’ombra. I numeri, invece, dicono che l’ombra si sta accorciando.

Cercasi narratore per un boom che arranca

L’annuncio di lavoro lo dice in controluce: serve qualcuno che sappia raccontare il settore. Ma il settore, oggi, è una storia complicata da vendere. Da un lato i target centrati e la quota di elettricità pulita che sale; dall’altro le curve che si appiattiscono e i lavoratori che restano a casa. La domanda aperta, quella che il nuovo assunto dovrà affrontare ogni giorno, è se la transizione energetica sia ancora un sogno capace di creare benessere diffuso o se stia diventando un processo tecnocratico che rischia di lasciare indietro proprio chi dovrebbe beneficiarne. La scadenza è oggi. La risposta, ancora, non c’è.