Consumo di suolo zero e riqualificazione di ex-cave: ora la partita è sulle autorizzazioni.

3.656 ettari in 30 zone. Non è un nuovo parco industriale, ma la mappa che la Giunta della Basilicata ha adottato il 22 ottobre 2025. Otto mesi dopo, il Piemonte ha fatto lo stesso. A fine luglio, la Basilicata è tornata sul tema con una delibera sulle aree idonee rinnovabili in ex-cave e discariche. Il numero racconta un ritardo, ma anche una posta in gioco: trasformare gli ettari individuati in impianti reali senza consumare altro suolo.

Il ritardo del Piemonte (e i numeri della Basilicata)

A ottobre 2025, partendo dalla mappa predisposta dal Gestore dei servizi energetici (GSE), la Giunta della Basilicata ha definito 30 zone di accelerazione terrestri per 3.656 ettari complessivi. È una superficie, non una potenza: indica dove potranno sorgere gli impianti, non quanta energia produrranno. Ma la scelta delle aree è il passaggio che decide, prima ancora della tecnologia, se un impianto potrà essere realizzato. Il dato va letto per quello che è: una pianificazione, non un risultato.

Il Piemonte è arrivato quasi otto mesi dopo. Lo scorso 15 giugno, la Giunta regionale ha adottato il Piano di individuazione delle zone di accelerazione terrestri per gli impianti a fonti rinnovabili, con deliberazione n. 14-2685. Tra le due decisioni passano quasi otto mesi. In un settore che corre veloce, è una distanza rilevante: chi parte prima ha un vantaggio nell’attrarre investimenti e nel costruire le competenze amministrative necessarie.

La sovrapposizione è quasi perfetta: entrambe le regioni hanno recepito uno strumento pensato per accelerare le autorizzazioni. Ma la tempistica rivela un’Italia che procede a velocità differenti, e non per ragioni tecniche.

Il vincolo (scomodo) del consumo di suolo zero

La delibera lucana non si limita a individuare aree. Il provvedimento punta a consumo di suolo zero e riqualificazione delle aree degradate, con una direzione esplicita verso la transizione ecologica. In concreto: fotovoltaico anche su cave dismesse e discariche chiuse, non su terreni agricoli da convertire.

Per chi sviluppa impianti, questo è un vincolo stringente. Le zone individuate non sono spazi liberi da occupare, ma aree già compromesse da riportare a una funzione produttiva. Il principio è semplice da enunciare, più impegnativo da applicare: ogni ettaro autorizzato deve nascere da una riqualificazione, non da nuova occupazione di suolo. Restringe il perimetro delle aree disponibili, ma evita il conflitto con l’agricoltura — uno dei terreni di scontro più frequenti quando si parla di rinnovabili a terra. La riqualificazione di un’ex cava o di una discarica chiusa ha costi e complessità che non esistono su un terreno agricolo: serve più tempo, più progettazione, più competenza.

Se il principio è chiaro in Basilicata, resta aperta la domanda su come verrà declinato altrove. Il Piemonte ha adottato il piano, ma i criteri di selezione delle aree possono differire da regione a regione. E la partita non si gioca sui criteri scritti, ma su come verranno applicati nella pratica autorizzativa. È qui che i numeri cominceranno a parlare davvero.

La domanda per i prossimi mesi

Con l’adozione del piano in Piemonte, il quadro regionale comincia a completarsi. Ma l’adozione è solo il primo passaggio: la fase attuativa è quella che decide davvero. Il punto non è quante zone sono state individuate, ma quante di queste riusciranno a superare il percorso autorizzativo e a diventare cantieri.

Nei prossimi mesi, il numero da osservare non è un nuovo ettaro individuato, ma quanti dei 3.656 già mappati in Basilicata diventeranno impianti reali. Il gap temporale tra le due regioni, in fondo, conta meno della capacità di trasformare gli ettari in autorizzazioni, e le autorizzazioni in cantieri. Nessuna morale: solo un numero da tenere d’occhio.