Il dato di giugno arriva dopo un 2025 in cui le rinnovabili hanno coperto il 41% del consumo annuo
Un mese fa, il 47% dell’elettricità consumata in Italia è arrivato da fonti rinnovabili. È la percentuale mensile più alta mai registrata e arriva da
l’ultimo rapporto mensile di Terna, pubblicato lo scorso 15 luglio. La richiesta complessiva di energia elettrica a giugno è stata di 28.034 GWh, e quasi metà di questa domanda è stata soddisfatta senza bruciare gas fossile. Nello stesso mese la capacità rinnovabile in esercizio è aumentata di 533 MW, un passo avanti tangibile, ma che va letto dentro una traiettoria più lunga.
Mai così in alto: 47%
Il dato di giugno non arriva dal nulla. Già nel 2025, secondo i dati Terna, il 41% del consumo elettrico italiano proveniva da fonti rinnovabili, su un totale di 311 TWh. La capacità installata era cresciuta di 7,2 GW in un anno, raggiungendo 83,5 GW, con il solare a 43,5 GW e l’eolico a 13,6 GW. Numeri che mostrano un’accelerazione: a giugno 2026 si è arrivati a sei punti percentuali sopra la media del 2025. Significa che, quando sole e vento sono generosi, il sistema italiano può spingere le rinnovabili ben oltre la quota annua.
L’aggiunta di 533 MW in un solo mese – equivalente a una media mobilitazione di nuovi impianti – indica che l’installazione prosegue, ma il vero test è la tenuta del mix su base annuale. Un singolo mese eccezionale non riscrive la dipendenza strutturale dal gas. La domanda che resta aperta è se questo sprint basti per restare al passo con il resto d’Europa.
La rincorsa europea
Il traguardo del 47% in un mese è incoraggiante, ma il confronto con gli obiettivi al 2030 racconta una storia diversa. L’Italia punta ad arrivare al 55% di rinnovabili nel mix elettrico entro la fine del decennio. Germania, Spagna e Paesi Bassi, invece,
mirano a superare il 75%. La differenza non è marginale: significa che mentre altri paesi pianificano un sistema elettrico quasi completamente decarbonizzato, l’Italia si prepara a mantenere una quota rilevante di generazione termoelettrica. Se i piani non verranno aggiornati, il rischio è diventare uno dei maggiori produttori di elettricità da gas fossile nell’Unione europea entro il 2030.
Questo scenario ha radici strutturali. L’Italia ha una base installata di gas molto ampia, un processo autorizzativo per le rinnovabili che resta complesso e una rete di trasmissione – 75.905 km di linee ad alta tensione gestite da Terna – che deve bilanciare domanda e offerta 24 ore al giorno, garantendo sicurezza energetica. La società gestisce il dispacciamento di una penisola che, per conformazione geografica, non può contare sull’integrazione transfrontaliera di cui beneficiano Germania e Paesi Bassi. Ogni punto percentuale di rinnovabili in più richiede investimenti in accumuli e interconnessioni, altrimenti l’energia prodotta quando c’è sole o vento rischia di non essere utilizzabile quando serve davvero. Per ora, la crescita della capacità installata – 7,2 GW nel 2025 – va nella direzione giusta, ma i target al 2030 italiani restano meno ambiziosi di quelli dei competitor diretti.
Il conto in bolletta
Il mercato manda segnali chiari. A giugno 2026, il Prezzo Unico Nazionale (PUN) medio è stato di circa 132,5 €/MWh, con un controvalore dei programmi in prelievo sul Mercato del Giorno Prima pari a circa 3,3 miliardi di euro. È un livello di prezzo che resta alto, e che riflette in parte il peso della generazione a gas nella determinazione del costo marginale dell’elettricità. Più gas serve a coprire la domanda, più il prezzo sale quando il combustibile costa. Un mix con meno rinnovabili rispetto ad altri paesi europei significa che l’Italia è più esposta alla volatilità del gas, e questo si traduce in costi più elevati per famiglie e imprese. I prossimi mesi diranno se la traiettoria di installazione di nuova capacità rinnovabile cambierà ritmo: per ora, il 47% di giugno è un picco, non ancora la normalità.
Nei prossimi mesi, il numero da tenere d’occhio è la percentuale di rinnovabili mese su mese. Se il ritmo di installazione non accelera, l’Italia rischia di restare il grande termoelettrico d’Europa, con effetti sui prezzi e sulla competitività che si faranno sentire ben prima del 2030.




