Il prezzo medio annuo italiano ha superato i 115 euro al megawattora, quasi il triplo di quello nordico
Nel 2025, anno zero dei prezzi zonali, l’elettricità all’ingrosso italiana ha toccato i 115,94 €/MWh: un record che sa di paradosso per una riforma che doveva avvicinarci all’Europa. La scelta del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica era chiara: dal 1° gennaio 2025, stop al Prezzo Unico Nazionale, la vecchia media che proteggeva consumatori e piccole imprese dalle differenze geografiche del mercato. L’Italia era l’unico mercato zonale europeo del giorno prima in cui gli acquirenti pagavano l’energia a un prezzo di acquisto uniforme, a prescindere dalla zona in cui si trovavano. Un’anomalia che andava corretta, secondo il decreto ministeriale n. 151 del 18 aprile 2024, con cui il MASE ha stabilito le condizioni per applicare ai clienti finali i prezzi zonali. Ma a un anno e mezzo da quella scelta, i numeri pubblicati dal Gestore dei Mercati Energetici raccontano una storia diversa da quella che ci eravamo raccontati.
L’addio al PUN, un unicum europeo che doveva allinearci al mercato
La decisione affonda le radici nel decreto legislativo n. 210 del novembre 2021, ma è il decreto ministeriale dell’aprile 2024 ad aver fissato criteri e tempi. Dal primo giorno del 2025, nel mercato italiano del giorno prima restano in vigore solo i prezzi zonali. Fine di un’epoca, verrebbe da dire, se non fosse che quell’epoca era a suo modo unica: l’Italia era l’unico paese europeo con un mercato zonale in cui gli acquirenti pagavano tutti lo stesso prezzo. Il PUN funzionava come una coperta: appiattiva le differenze tra Nord e Sud, tra zone congestionate e zone con eccesso di offerta. Un meccanismo che aveva i suoi difetti — distorceva i segnali di prezzo, disincentivava gli investimenti dove servivano più generatori — ma proteggeva chi l’energia la compra, non solo chi la vende.
Il GME, società che dal 2009 ha preso il posto del vecchio Gestore del mercato elettrico, è il regista tecnico di questo passaggio. Organizza e gestisce il mercato all’ingrosso dell’energia, del gas e dei mercati ambientali. Fino all’anno scorso, tra i suoi compiti c’era anche calcolare quel prezzo medio nazionale che teneva insieme pezzi di un paese elettricamente spaccato in due. Poi la politica ha deciso che il velo andava tolto, che la trasparenza dei prezzi zonali avrebbe guidato meglio le scelte di produttori e consumatori, che allinearsi all’Europa fosse la strada giusta. Eppure, i dati del primo anno di zonalità piena raccontano tutta un’altra storia.
115 euro contro 39: il gap che la riforma non ha colmato
I dati pubblicati dal GME a luglio 2026 gelano le speranze di chi immaginava un mercato finalmente efficiente. Nel 2025, secondo le rilevazioni di AleaSoft, il mercato IPEX italiano ha registrato il prezzo medio annuo più alto d’Europa: 115,94 euro al megawattora. Non un primato qualunque: il più caro in assoluto, in un continente dove la media dei prezzi all’ingrosso è stata la seconda più bassa dal 2021. All’estremo opposto, i paesi nordici: sul mercato Nord Pool il prezzo medio annuo è stato di 39,70 €/MWh. Per dare un ordine di grandezza, l’elettricità all’ingrosso italiana è costata quasi il triplo di quella scandinava.
La riforma doveva efficientare il mercato, avvicinare i prezzi italiani a quelli europei, mandare segnali corretti a chi investe. Invece ci troviamo con un differenziale che non ha precedenti recenti. E non è un problema di fonti rinnovabili o di dipendenza dal gas: i paesi nordici hanno un mix diverso, certo, ma il punto è che il prezzo unico nazionale, con tutti i suoi difetti, almeno attutiva l’impatto per chi comprava. Ora che le zone pagano ciascuna il proprio prezzo, il sistema dovrebbe premiare le aree più efficienti. Ma se il prezzo medio italiano resta comunque il più alto d’Europa, viene da chiedersi: a cosa è servito togliere la coperta, se fuori fa ancora più freddo?
La domanda è tecnica ma anche politica. Perché la riforma non è nata nel vuoto: era il tassello di un disegno che doveva rendere il mercato più competitivo, più integrato con il resto d’Europa, meno ostaggio di rendite di posizione. I dati del 2025 dicono che quel disegno, per ora, non ha funzionato. O perlomeno non ha funzionato per chi l’energia la paga.
Chi paga il conto?
Dietro le medie annuali si nascondono differenze orarie e geografiche che il PUN attutiva. Con il vecchio sistema, un’impresa in Sicilia e una in Lombardia pagavano lo stesso prezzo all’ingrosso, anche se il costo di produzione nelle due zone era diverso. Oggi non più. Ogni zona paga il suo prezzo, e questo significa che le aree storicamente più care — quelle con meno generazione locale, con reti congestionate, con maggiore dipendenza da importazioni — vedono lievitare i costi. Il paradosso è che proprio nel momento in cui si decideva di esporre i consumatori alla realtà dei prezzi zonali, quella realtà si è rivelata la più cara d’Europa.
Ora che il velo è stato tolto, la domanda non è più solo tecnica. Servirà un nuovo intervento normativo per calmierare le differenze? O il mercato troverà da solo la sua strada, con investimenti che dovrebbero ridurre i prezzi dove oggi sono più alti? Il decreto del 2024 non prevedeva correttivi automatici: si è scelto di fidarsi del mercato. Ma dopo un anno di numeri così, la fiducia è un bene scarso. A un anno e mezzo dalla riforma, la domanda resta sospesa: a chi giova davvero un mercato che ci condanna al primato del caro-elettricità?




