L’alleanza nucleare europea cresce ma scontra veti incrociati e assenza di fondi

A una riunione del Consiglio Energia, 17 Stati membri e la Commissione Europea si siedono attorno a un tavolo per discutere di nucleare come tecnologia sovrana e strategica. Sembrerebbe un asse granitico, una maggioranza schiacciante pronta a ridisegnare il futuro energetico dell’Unione. Peccato che l’UE non lo finanzi in modo significativo e che ogni Stato, più o meno silenziosamente, blocchi i progetti altrui. Come si spiega questa danza immobile, dove tutti ballano ma nessuno si muove davvero?

Un fronte comune che si muove a rilento

Il 26 giugno 2026, a margine del Consiglio Energia, l’Alleanza Nucleare si è riunita ancora una volta. L’incontro, guidato dalla portavoce del governo francese e vice ministro per l’Energia Maud Bregeon, ha raccolto ministri e rappresentanti di alto livello da 17 Stati membri, oltre alla Commissione. Il messaggio ufficiale è limpido, quasi scolpito nella pietra: l’energia nucleare è una tecnologia sovrana e strategica che integra le fonti rinnovabili intermittenti grazie alla sua natura intrinsecamente affidabile e programmabile. Parole che suonano come un manifesto, ma che cozzano contro la realtà di un’Europa dove le politiche energetiche restano un campo di battaglia.

I numeri dicono che il blocco pro-nucleare non è mai stato così ampio. Eppure, a guardare i fatti, questa forza numerica non si traduce in progressi legislativi né in finanziamenti concreti. La retorica dei ministri racconta una marcia trionfale, ma i dossier restano aperti, incagliati tra veti incrociati e ambiguità normative. La domanda che resta sospesa è immediata: perché, nonostante una maggioranza che in qualsiasi Parlamento basterebbe a fare e disfare, il nucleare europeo continua a navigare a vista?

La grande frattura: chi gioca contro chi

Per capire questa apparente contraddizione bisogna allargare lo sguardo alla guerra di trincea in corso da anni. L’Alleanza Nucleare nasce su impulso francese durante un primo incontro a Stoccolma il 28 febbraio 2023. Da allora il gruppo è cresciuto, fino a trasformarsi da gruppo di lavoro ministeriale a iniziativa a livello di capi di Stato. Già nel marzo 2024, una dichiarazione congiunta ha elevato l’alleanza a un piano politico superiore, con ambizioni da summit presidenziali.

Ma la vera natura dello scontro è più profonda di un semplice dissenso tecnologico. L’energia nucleare è diventata una fonte di divisione nell’UE, con Francia e Germania a capo di blocchi rivali per quanto riguarda il suo futuro. Lo documenta un report dell’Atlantic Council che mette a nudo un meccanismo spietato: l’UE non finanzia in modo significativo l’energia nucleare e gli Stati membri hanno ripetutamente interferito politicamente per bloccare i tentativi di altri paesi di lanciare progetti nucleari. Non si tratta di una competizione leale tra tecnologie, ma di un braccio di ferro dove le regole del mercato unico vengono piegate alle convenienze nazionali.

A rendere ancora più esplicita questa frattura è il servizio di ricerca ufficiale del Parlamento Europeo, che identifica due blocchi opposti — l’Alleanza Nucleare e gli Amici delle Rinnovabili — come la principale linea di frattura nella legislazione energetica e climatica dell’UE. Non è una divergenza tra diverse visioni del mix energetico: è uno scontro che paralizza il processo decisionale, dove ogni direttiva, ogni regolamento, ogni proposta di finanziamento diventa un’occasione per riaprire la partita. La conseguenza è che qualsiasi progresso legislativo resta ostaggio di questo equilibrio precario, in cui nessuno è abbastanza forte da imporre la propria agenda e tutti sono abbastanza potenti da bloccare quella altrui.

L’analisi di ciò che accade rivela un paradosso: più l’Alleanza allarga le sue fila, più la politica energetica europea si paralizza. Perché ogni nuovo aderente alza la posta simbolica e, allo stesso tempo, rende il compromesso ancora più difficile da raggiungere con il blocco opposto. È una dinamica che trasforma il dibattito energetico in una partita a scacchi dove nessuno muove un pezzo per paura di scoprire il re. Resta il dilemma: esiste un compromesso possibile o la spaccatura è ormai insanabile?

Il vuoto post-2030: cosa resta aperto

Mentre i ministri discutevano il 26 giugno, l’orizzonte temporale ha cominciato a restringersi pericolosamente. Il quadro energetico post-2030 dell’UE è stato discusso per la prima volta dai ministri, un’apertura di cantiere che arriva con anni di ritardo e zero certezze. CAN Europe, osservatorio critico delle politiche energetiche comunitarie, ha seguito i lavori con l’attenzione di chi sa che ogni parola inserita in un comunicato può tradursi in un vincolo o in una scappatoia per gli investitori.

E qui si apre il vero interrogativo per chi deve prendere decisioni oggi: con quali regole si costruiranno le infrastrutture nucleari dopo il 2030? Con quali finanziamenti, visto che l’Unione non ha mai messo risorse significative sul piatto? E con quale cornice giuridica, se ogni proposta di riforma si incaglia nello scontro tra blocchi? Mentre i governi litigano, chi investe nel nucleare guarda a Bruxelles con la sensazione di aver scommesso su una tecnologia che funziona, ma su una politica che non sa decidere. Con l’avvicinarsi del 2030, la domanda per gli operatori del settore non è più se la fissione sia tecnicamente affidabile, ma se l’architettura istituzionale europea smetterà mai di remargli contro.