L’Acquirente Unico continua ad acquistare energia a 172,82 €/MWh, nonostante la fine della maggior tutela fosse prevista per il 2024
172,82 €/MWh. È il prezzo medio pagato lo scorso 16 luglio dall’Acquirente Unico per l’energia destinata ai clienti del mercato tutelato. In quella singola giornata, l’ente ha acquistato sulla borsa elettrica 21.937 MWh, per un costo complessivo di 3,791 milioni di euro. La zona Nord, da sola, ne ha assorbita la quota maggiore: 8.620 MWh. Numeri asciutti, da bollettino tecnico. Eppure raccontano un paradosso che pesa sui conti di milioni di famiglie e imprese italiane: un mercato che le regole europee avrebbero voluto superato da tempo, ma che continua a funzionare — e a prezzi tutt’altro che contenuti.
Un prezzo fuori tempo
Il PUN, per chi non avesse dimestichezza con l’architettura del mercato elettrico, è il prezzo di acquisto a cui sono soggetti tutti i compratori di energia che accedono al mercato del giorno prima, indipendentemente dalla zona geografica in cui si trovano. Un meccanismo che in teoria uniforma il costo all’ingrosso su tutto il territorio nazionale, ma che di fatto maschera le differenze — e le inefficienze — tra le diverse aree del Paese. La Commissione europea lo considera un ostacolo alla formazione di segnali di prezzo corretti, quelli che dovrebbero guidare investimenti e consumi verso le zone dove l’energia costa meno produrla. Da qui l’obbligo di superarlo. Peccato che l’obbligo sia rimasto, finora, più sulla carta che nei fatti.
La liberalizzazione imperfetta
Per capire come siamo arrivati a questo punto bisogna riavvolgere il nastro di oltre venticinque anni. Il percorso di liberalizzazione del mercato elettrico italiano parte con il Decreto Bersani del 16 marzo 1999, che avviò un processo definito «lento e a tratti complicato» dagli osservatori del settore. Da allora, il legislatore ha provato più volte a traghettare i consumatori dal regime di maggior tutela — con prezzi fissati dall’autorità — al mercato libero. L’ultimo tentativo strutturato risale a inizio 2024, quando l’Acquirente Unico ha assegnato circa 4,5 milioni di clienti del mercato tutelato a fornitori del libero mercato tramite un’asta competitiva. Un’operazione imponente, che avrebbe dovuto segnare la fine della regolazione pubblica dei prezzi al dettaglio.
Stando a quanto previsto dall’impianto normativo, dal 2024 prima il gas e poi l’elettricità avrebbero cessato di essere beni protetti, sottoposti esclusivamente alle leggi di mercato. Ma la realtà è più sfumata. Una parte della domanda — i cosiddetti clienti vulnerabili e chi non ha ancora esercitato una scelta attiva — resta servita dall’Acquirente Unico, che continua ad approvvigionarsi sul mercato all’ingrosso. Ed è esattamente ciò che è accaduto il 16 luglio scorso, quando l’ente ha speso quasi 3,8 milioni di euro per acquistare energia a un prezzo medio che resta tra i più alti d’Europa. L’asta c’è stata, i clienti sono stati trasferiti, ma il mercato tutelato non è affatto scomparso. Si è solo ristretto, mantenendo però intatta la sua funzione di ammortizzatore — o di stampella, dipende dai punti di vista — per chi non è ancora approdato alla concorrenza.
Il paradosso sta tutto qui: l’Unione europea chiedeva all’Italia di abbandonare il PUN entro il 2025 per favorire segnali di prezzo zonali e una reale integrazione del mercato interno. L’Italia, dal canto suo, ha avviato il superamento della maggior tutela ma senza completare il disegno. Il risultato è un ibrido in cui l’Acquirente Unico opera ancora, il PUN viene ancora calcolato, e i consumatori continuano a pagare prezzi che riflettono più le rigidità del sistema che i benefici di un mercato davvero concorrenziale.
Il conto salato per famiglie e imprese
Le riforme dei mercati non sono esercizi astratti: hanno un costo reale, che si materializza nelle bollette. E il dato di quei 172,82 €/MWh non è un’anomalia isolata. L’Italia ha storicamente uno dei costi dell’elettricità più alti in Europa, un primato che nessun governo è mai riuscito a scalfire in modo strutturale. Le ragioni sono molteplici — dipendenza dal gas, scarsa integrazione delle rinnovabili con i meccanismi di mercato, colli di bottiglia nella trasmissione tra zone — ma il punto è che la liberalizzazione avrebbe dovuto essere parte della soluzione, non una variabile indipendente che procede a singhiozzo mentre i prezzi restano ostaggio di dinamiche note da decenni.
La geografia dei consumi racconta una storia di disparità che il passaggio ai prezzi zonali — se mai verrà completato — rischia di amplificare. Il 16 luglio, la zona Nord ha assorbito da sola 8.620 MWh dei 21.937 totali acquistati dall’Acquirente Unico. È l’area del Paese a maggiore densità industriale, quella che consuma di più e che, in un sistema di prezzi zonali, potrebbe trovarsi a pagare tariffe diverse — e potenzialmente più alte — rispetto ad altre zone dove la generazione rinnovabile è più abbondante. Il PUN, con tutti i suoi difetti, aveva almeno il pregio di spalmare questi differenziali su scala nazionale. Toglierlo senza aver prima risolto i colli di bottiglia infrastrutturali che impediscono all’energia di fluire liberamente da Sud a Nord significa esporre una parte significativa del tessuto produttivo a costi ancora più elevati.
E i consumatori domestici? Per loro la situazione è, se possibile, ancora più opaca. Chi è passato al mercato libero — volontariamente o tramite l’asta del 2024 — si trova in un regime in cui la concorrenza dovrebbe teoricamente comprimere i prezzi. Ma la teoria si scontra con la realtà di un mercato retail ancora concentrato, con pochi grandi operatori e margini che non mostrano segni di vera pressione competitiva. Chi invece è rimasto nel servizio di maggior tutela — o vi è stato ricondotto perché rientrante nelle categorie vulnerabili — continua a vedere il prezzo della propria energia ancorato a un indice, il PUN, che l’Europa considera un’anomalia e che l’Italia non ha ancora saputo abbandonare.
Il 16 luglio 2026 è solo un giorno, una riga in un bollettino del GME. Ma in quei 172,82 euro a megawattora c’è la cartina di tornasole di un sistema che fatica a mantenere le promesse. La promessa europea di un mercato integrato ed efficiente. La promessa italiana di una concorrenza che avrebbe finalmente abbassato le bollette. E la promessa, forse la più difficile da mantenere, di una transizione energetica che non scarichi i suoi costi su chi l’energia la consuma ogni giorno, senza poter scegliere dove e come viene prodotta. Riuscirà la concorrenza a diventare davvero conveniente per tutti, o resterà un miraggio per la maggior parte degli italiani? La risposta, oggi, è ancora in bilico tra un’asta fatta, un indice mai abolito e una bolletta che non accenna a scendere.




