Il 70% dei paesi li coinvolge nella stesura dei rapporti, ma solo il 15% nei meccanismi decisionali
A metà dello scorso luglio, al Millennium Hilton Hotel di New York, l’Italia e UN-Habitat — con la Local2030 Coalition e in partnership con UNECA, UN DESA, OECD e UCLG/GTF — hanno organizzato l’Annual Meeting della Partnership Platform on Localizing the SDGs. L’edizione 2026 è caduta in un passaggio denso: la revisione approfondita dell’SDG 11, la revisione di medio termine della New Urban Agenda e il processo di riforma di ECOSOC e HLPF. Sul palco, l’Italia ha presentato la propria esperienza di governance multilivello, la localizzazione degli SDG e l’integrazione tra processi nazionali e territoriali, evidenziando i risultati della Voluntary National Local Youth Review 2026. Ma i numeri che contano non erano sul palco: erano nei rapporti nazionali. Il 70% dei paesi che hanno presentato rapporti ha coinvolto in modo significativo i governi locali e regionali nella stesura delle Voluntary National Reviews; il 15% li ha integrati nei meccanismi nazionali di coordinamento per lo sviluppo sostenibile.
Due numeri, un cortocircuito
La distanza tra il 70% e il 15% non è un dettaglio statistico. È l’indicatore di un punto di blocco: i governi locali e regionali vengono messi al lavoro nella scrittura dei rapporti nazionali, ma restano fuori dai meccanismi che decidono. A dirlo sono i dati del rapporto 2026 sulla localizzazione degli SDG lanciato all’HLPF: il 70% dei paesi che hanno presentato rapporti ha coinvolto in modo significativo i governi locali e regionali nella stesura delle Voluntary National Reviews, mentre solo il 15% li ha integrati nei meccanismi nazionali di coordinamento per lo sviluppo sostenibile. Scrivere un rapporto non è decidere: è rendicontare. E la differenza si vede in quel divario di 55 punti percentuali, che misura quanto la localizzazione degli SDG sia ancora operativa prima che decisionale.
Ma come si è arrivati a questo paradosso? La risposta non è nei numeri, è nell’architettura della piattaforma che ha portato l’Italia e UN-Habitat al Millennium Hilton.
La piattaforma come sala di regia, non come palco
L’incontro del Millennium Hilton non era un convegno: era il punto di caduta di un’architettura costruita nel tempo. La Partnership Platform on Localizing the SDGs, promossa congiuntamente da MASE e UN-Habitat, è un’iniziativa operativa pensata per accelerare la localizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile a livello di paese. Le sue radici affondano nel comunicato della riunione dei ministri Clima, Energia e Ambiente del G7 tenutasi a Torino alla fine di aprile 2024. È una piattaforma di coordinamento, non un palco: il suo scopo è cucire i processi nazionali e territoriali, non celebrare risultati.
A monte c’è un’operazione più ampia. Già nel settembre 2021, durante il momento SDG della 76ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, gli sforzi erano confluiti nel rilancio di Local2030 come Local2030 Coalition, una piattaforma multi-stakeholder pensata per facilitare la cooperazione all’interno delle Nazioni Unite e sostenere la localizzazione degli Obiettivi. La Peer Learning Series 2026, di cui il 14 luglio ha rappresentato il culmine, è stata promossa dalla Partnership Platform insieme a UNECA, UN DESA, OECD, UCLG/GTF e alla Local2030 Coalition. È un meccanismo di apprendimento tra pari, non un seggio formale.
L’Italia, dal canto suo, ha portato al tavolo la propria esperienza di governance multilivello, la localizzazione degli SDG e l’integrazione tra processi nazionali e territoriali, evidenziando in particolare la Voluntary National Local Youth Review 2026. È esattamente qui che la piattaforma mostra il suo limite: mette insieme competenze, rapporti, peer learning. Ma resta una domanda: basta una piattaforma per spostare i governi locali dalla sala di scrittura alla sala decisionale?
La riforma che decide i posti al tavolo
La risposta si gioca a un livello superiore, dove si sta discutendo la riforma dell’ECOSOC e dell’HLPF. Il processo, per come lo descrive l’International Institute for Sustainable Development, riguarda il coinvolgimento dei governi locali e regionali nei processi delle Nazioni Unite. Non è una questione tecnica di formati di report, ma di architettura istituzionale: chi ha diritto di parola, chi ha diritto di voto, chi viene solo consultato. La revisione approfondita dell’SDG 11 e la revisione di medio termine della New Urban Agenda cadono nello stesso perimetro, ma è la riforma di ECOSOC e HLPF a determinare se i governi locali entrano nei meccanismi formali o restano convocabili.
E qui sta la provocazione: se la riforma non assegna un posto formale ai governi locali, quel 70% di coinvolgimento nella stesura resterà una gentile concessione, non una garanzia. Per chi amministra un territorio — una città, una regione — la differenza è tra essere consultati e avere un seggio. Senza riforma, la localizzazione degli SDG resta una promessa tecnicamente impeccabile ma istituzionalmente fragile.




