L’ex presidente dell’ENEA ora guida una multiutility e chiede decine di miliardi per le reti

Due parole: investimenti enormi. A pronunciarle, la scorsa settimana all’assemblea pubblica di Utilitalia, non è stato un burocrate europeo né un ministro — ma Federico Testa, oggi presidente di Magis, multiutility del Nordest, ieri commissario e poi presidente dell’ENEA. Il cambio di prospettiva di un protagonista dell’energia pubblica dice più di molti rapporti trimestrali sulla direzione del mercato.

L’assemblea e l’appello: reti al centro

Testa ha parlato di reti e di efficienza come chi conosce i conti e sa che senza infrastrutture fisiche — cavi, condutture, sistemi di accumulo — la transizione resta una dichiarazione di principio. Ha usato l’aggettivo «enormi», che non è una cifra ma un indirizzo: significa investimenti nell’ordine delle decine di miliardi, spalmati su anni, con ritorni che si misurano in decenni. Non ha presentato un piano, ha lanciato un segnale. Da presidente di una multiutility, ogni parola diventa un messaggio al mercato.

Ma chi è davvero Testa per parlare di reti con tanta autorità?

Da ENEA a Magis: metamorfosi di un tecnico

Federico Testa viene dal pubblico. Ex parlamentare del Partito Democratico, è stato nominato Commissario straordinario dell’ENEA il 6 agosto 2014 con decreto del ministro dello Sviluppo economico di allora, Federica Guidi. L’anno successivo, nel 2015, è diventato presidente dell’agenzia — il principale ente pubblico italiano per la ricerca su energia e ambiente. Ha gestito fondi, coordinato progetti nazionali ed europei, visto dall’interno la lentezza dei processi pubblici e la fatica di tradurre la ricerca in chilowattora.

Oggi siede dall’altra parte del tavolo. Magis non è un colosso quotato, ma è l’esatto tipo di soggetto che negli ultimi anni ha iniziato a raccogliere ciò che lo Stato non riesce più a finanziare con la stessa intensità di un tempo: reti locali, servizi integrati, investimenti di prossimità. Il passaggio non è solo biografico — è un indicatore. Quando un ex presidente dell’ENEA sceglie di guidare una multiutility e da quella posizione chiede investimenti enormi, sta dicendo al mercato che la fase del traino pubblico sta lasciando spazio a qualcosa di diverso.

Resta una domanda: che cosa significa questo inedito allineamento tra competenze pubbliche e capitali privati?

L’equazione degli investimenti: chi mette i soldi?

La storia recente offre qualche coordinata. Per anni il grosso degli investimenti in infrastruttura energetica è stato incanalato attraverso Terna e Snam — società a controllo pubblico, regolate, con piani decennali approvati da Arera. Sotto quella soglia, però, c’è un reticolo di reti di distribuzione che fa capo a centinaia di operatori: utility comunali, multiutility regionali, aziende partecipate. Qui i bilanci sono più sottili, la capacità di indebitamento limitata, la programmazione spesso condizionata dai vincoli di finanza locale.

L’appello di Testa assume senso proprio in questo contesto. Dire «servono investimenti enormi» da presidente di Magis significa indicare una strada in cui sono le multiutility a dover fare la parte del leone. Non perché lo Stato si ritiri, ma perché i numeri della finanza pubblica non lasciano margini per accelerare su tutte le direttrici insieme: reti elettriche da ammodernare, reti gas da rendere compatibili con l’idrogeno, teleriscaldamento, colonnine di ricarica. Qualcuno deve anticipare i capitali. E i soggetti più vicini al territorio — quelli che conoscono i consumi quartiere per quartiere — sono anche quelli meglio posizionati per valutare il ritorno.

L’equazione ha però una variabile scomoda: chi finanzia questi investimenti? Le multiutility possono attingere al credito bancario, emettere bond, attrarre fondi infrastrutturali. Ma i tassi, anche se in calo rispetto al picco del 2023, restano lontani dai livelli che rendevano conveniente indebitarsi per progetti a margine ridotto. Ogni euro investito in reti va sottratto ai dividendi o finanziato con nuovo debito — e le assemblee dei soci non sempre applaudono quando si rinuncia a una parte dell’utile per interrare cavi che renderanno fra quindici anni.

Il punto non è se gli investimenti arriveranno — prima o poi devono arrivare, perché senza reti adeguate l’elettrificazione dei consumi promessa dai piani climatici resta sulla carta. Il punto è chi li farà, con quale costo del capitale, e in quali aree geografiche. Qui si apre una partita che rischia di allargare la forbice tra Nord e Sud: le multiutility più patrimonializzate sono concentrate al Nord e in parte del Centro, mentre al Sud le reti di distribuzione soffrono di frammentazione e sottoinvestimento cronico. Se il baricentro si sposta verso il privato, le aree con minore densità industriale rischiano di restare indietro — a meno che non intervengano meccanismi di perequazione o garanzie pubbliche.

Testa, con la sua doppia esperienza, lo sa bene. Da commissario ENEA ha visto i fondi europei destinati al Sud incagliarsi nella burocrazia; da presidente di una utility del Nordest sa che un conto è investire dove la domanda di energia è stabile e pagante, un altro è farlo dove il tessuto produttivo è più fragile. Non lo ha detto esplicitamente, ma il suo appello contiene un sottotesto: se aspettiamo che sia solo lo Stato a colmare il divario, i tempi si allungano oltre ogni ragionevolezza. Serve una regia che allinei gli interessi dei capitali privati con le priorità della coesione territoriale. È esattamente il nodo su cui si gioca la credibilità del mercato italiano dell’energia nei prossimi cinque anni.

Il mercato premierà chi investe oggi o aspetterà ancora l’intervento pubblico? La domanda resta aperta, e nessuna assemblea di Utilitalia poteva chiuderla in una mattinata. La risposta, semmai, arriverà dai bilanci.

Il vero numero da tenere d’occhio non è l’appello di Testa, ma quanto le multiutility italiane metteranno a bilancio per le reti nei prossimi trimestrali. Lì — nelle voci di spesa per infrastrutture, negli ammortamenti anticipati, nei piani industriali aggiornati — si misurerà il reale impegno del privato nell’infrastruttura energetica del paese. Tutto il resto, per ora, sono parole. Anche se pronunciate da chi ha visto entrambi i lati della barricata.