Entro il 2027 gli USA avranno 96 GW di moduli contro 50 di celle: un’industria sbilanciata
Novantasei gigawatt di moduli contro poco più di cinquanta di celle. È il buco nero dell’Inflation Reduction Act, non un dettaglio tecnico: nel 2027 gli Stati Uniti avranno una filiera solare sbilanciata verso l’assemblaggio, con la promessa dell’indipendenza energetica che si ferma alla scatola. La norma è stata presentata come il motore della rinascita industriale americana. Ma, secondo le previsioni di PV Tech, entro il 2027 il paese raggiungerà 96 GW di capacità nominale di moduli, mentre le celle solari si fermeranno appena oltre i 50 GW.
96 GW di moduli, 50 GW di celle: il sorpasso che non c’è
Il divario si è allargato in fretta. Negli ultimi due anni, l’Inflation Reduction Act ha accelerato l’assemblaggio domestico di moduli molto più rapidamente della produzione di celle solari, e i numeri lo mostrano con crudezza. La capacità produttiva di moduli negli Stati Uniti supera i 31 gigawatt — quasi il quadruplo rispetto al 2022, quando la legge è entrata in vigore — come certificano i dati di SEIA e Wood Mackenzie. Le celle, invece, restano indietro: la crescita c’è, ma non basta a tenere il passo dell’assemblaggio.
C’è un numero che potrebbe rassicurare: secondo la Solar Energy Industries Association e Wood Mackenzie, la previsione per il 2027 sulla capacità delle celle coprirebbe le installazioni fotovoltaiche attese negli anni a venire. Ma coprire le installazioni non è lo stesso che produrre tutto in casa. Il punto non è la quantità assoluta: è lo squilibrio. Novantasei contro cinquanta. In mezzo c’è un’enormità di celle importate. I moduli senza celle sono scatole vuote: quanto vale davvero questa capacità?
Assemblaggio, non manifattura
La risposta è scomoda. Quasi tutta quella capacità americana di moduli è assemblaggio di celle importate. La capacità di celle si ferma a 3,2 GW, mentre wafer e lingotti viaggiano ciascuno intorno a 5 GW. È la fotografia scattata da l’analisi di ING Research: la capacità di moduli americana non è vera “capacità manifatturiera”, ma in gran parte “capacità di assemblaggio” che usa celle importate. Tradotto: gli Stati Uniti hanno costruito la scatola, non la catena che la riempie.
La distanza tra annuncio politico e attuazione reale è tutta qui. L’Inflation Reduction Act ha reso conveniente aprire linee di assemblaggio, ma la parte a monte della filiera — celle, wafer, lingotti — resta minuscola rispetto ai moduli. Molti impianti di assemblaggio di moduli negli Stati Uniti dipenderanno da celle importate, come ha segnalato Clean Energy Associates. E dall’altra parte del mondo, la Cina domina ogni fase della produzione: polisilicio, lingotti, wafer, celle e moduli, con una quota superiore all’80% in ciascun passaggio, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia.
Quando Washington parla di “manifattura solare”, insomma, sta parlando in gran parte di avvitare celle comprate altrove. Non è un gioco di parole: è la differenza tra creare posti di lavoro nell’assemblaggio e costruire una vera autonomia industriale. Eppure c’è chi sta provando a ricucire lo strappo: una fabbrica in Georgia.
Qcells e la scommessa verticale
Dalla dipendenza cinese all’eccezione americana. Qcells ha posizionato il suo stabilimento di Cartersville, in Georgia, come la prima fabbrica d’America verticalmente integrata dai lingotti ai moduli. A pieno regime, il sito aggiungerà 3,3 GW di capacità verticalmente integrata per lingotti, wafer e celle, oltre a 3,5 GW di capacità per moduli.
Il paradosso è tutto qui. Per la prima volta c’è un impianto che prova a invertire la logica dell’assemblaggio: partire dal lingotto e arrivare al modulo nello stesso posto. Ma basterà una fabbrica, per quanto verticale, a colmare un buco di decine di gigawatt? I numeri dicono di no: nel 2027 ci saranno 96 GW di moduli e poco più di 50 GW di celle. La distanza resta enorme, e 3,3 GW di celle integrate contro un mercato che ne vorrebbe decine sono un inizio, non una soluzione.
La domanda che resta è se l’Inflation Reduction Act abbia creato una vera filiera solare o soltanto un’operazione di montaggio su scala industriale. E se la scommessa di Qcells possa reggere senza una politica industriale molto più aggressiva di quella che, finora, ha spinto i moduli a correre e le celle a restare indietro.




