A fine agosto, per tagliare le accise al governo non è rimasto che firmare una cambiale fiscale a Eni ed Enel. Non una nuova imposta, ma un anticipo di cassa su quanto dovuto fiscalmente in merito ai dividendi deliberati quest’anno. Il dettaglio che fa la differenza sta nell’ingegneria di cassa: fallito il tentativo di una tassa europea sui colossi dell’energia e scartata l’ipotesi di un prelievo nazionale, il governo punta a ottenere un’entrata immediata per il 2026 pari a 130,3 milioni di euro, anticipando il 39% di questo gettito.
130,3 milioni subito: dentro la cambiale fiscale
Il meccanismo somiglia a un pagherò anticipato più che a un prelievo straordinario. Eni ed Enel versano prima una parte di quanto dovuto fiscalmente sui dividendi deliberati quest’anno; lo Stato incassa subito 130,3 milioni di euro per il 2026. Con la richiesta di anticipare il 39% di questo gettito, il governo ottiene liquidità immediata senza introdurre nuove aliquote. È una cambiale, appunto: il valore non è nella base imponibile, ma nella tempistica del flusso di cassa.
Il punto di partenza è il fallimento del tentativo di una tassa europea sui colossi dell’energia. Scartata l’ipotesi di un prelievo nazionale, il taglio delle accise doveva comunque trovare una copertura: l’anticipo sui dividendi diventa l’ultima via disponibile. Ma perché il governo ha dovuto ripiegare su una cambiale invece di tassare direttamente gli extraprofitti? La risposta sta in tre sentenze e in una lettera.
Tre bocciature e una lettera: l’extraprofitto è un fantasma giuridico
Già lo scorso 22 aprile, le misure annunciate dalla Commissione europea per mitigare l’impatto sui consumatori si erano fermate prima di una tassa sugli extraprofitti a livello di blocco. Sul piano nazionale, la Corte costituzionale ha detto no per la terza volta con la sentenza n. 135, depositata il 21 luglio. La n. 111 del 2024 aveva espunto dalla base imponibile le accise, la n. 180 del 2025 aveva respinto le altre censure: l’effetto cumulato è un prelievo svuotato per via giurisprudenziale.
Alla paralisi si somma la lettera dei cinque ministri, che collega esplicitamente gli sgravi nazionali sulle accise a un’imposta europea comune sui profitti straordinari. In pratica, la riduzione delle accise viene agganciata a una tassa europea che non esiste: un collegamento che spiega perché il governo si ritrovi a firmare cambiali anziché introdurre un prelievo nazionale. E mentre il quadro giuridico resta bloccato, sul mercato qualcuno si è già mosso per allontanare il fantasma della tassazione.
Il costo vivo per chi incassa: i 4,65 euro di Eni e l’autoriduzione
Non è solo questione di tasse: è anche questione di chi paga l’incasso. Mentre la Consulta svuota l’extraprofitto, l’autoriduzione dei prezzi nella rete dell’Eni allontana dall’orizzonte il fantasma della tassazione degli extraprofitti. Sul lato pratico, per chi incassa con strumenti di pagamento dilazionato resta un costo vivo: nel tariffario Eni per le dilazioni, l’incasso tramite pagherò, tratte, ricevute bancarie, RIBA e R.I.D. arriva a un massimo di 4,65 euro per singolo incasso; se la presentazione avviene a meno di 25 giorni dalla scadenza, si aggiungono altri 3,62 euro per ogni effetto e/o ricevuta bancaria. In un contesto in cui la tregua fiscale si regge su un anticipo di cassa, questi costi non spariscono: si spostano lungo la filiera.
Il governo ha comprato tempo con i dividendi, non con una tassa. Per chi gestisce o installa energia, il segnale è che l’extraprofitto resta fuori portata e i costi vivi si spostano sulla filiera, tra tariffari di incasso e strategie difensive dei grandi gruppi. Quanto durerà la tregua fiscale se l’extraprofitto resta intoccabile? Dipende da quanto reggerà l’ingegneria di cassa.




