Il bando precedente ha assegnato 161 MW su un obiettivo di 1 GW, con un vincolo del 25% sugli stack
Il dettaglio che decide un’asta non è quasi mai la potenza messa a bando: è una regola tecnica. Per il secondo round francese sull’idrogeno pulito, quella regola ha una soglia precisa: i progetti finanziati dovranno garantire che non più di un quarto della capacità elettrolitica supportata dipenda da stack prodotti da un fornitore dominante di un paese terzo. Secondo la fonte pubblicata il 1° settembre 2026, la Francia pianifica un secondo round da 250 MW della sua asta nazionale per l’idrogeno pulito. Ma la partita si gioca prima di tutto sugli elettrolizzatori che arriveranno in centrale e su chi li fabbrica.
Un secondo round da 250 MW: ambizione o continuità?
Il programma francese ha l’obiettivo di sostenere un totale di 1 GW di capacità di elettrolizzatori attraverso lo schema di aste nazionali. È una cifra da leggere sullo sfondo di una strategia già ridimensionata: la strategia nazionale dell’idrogeno rivista nel 2025 fissa un obiettivo di 4,5 GW di capacità elettrolitica entro il 2030 e 8 GW entro il 2035, in calo rispetto al traguardo originario di 6,5 GW al 2030. Messo in proporzione, il programma di aste copre circa un quinto dell’obiettivo nazionale al 2030. In questa prospettiva, la seconda tranche da 250 MW è coerente con una traiettoria prudente, non con un’accelerazione. Resta una domanda: quanta capacità ha davvero portato il primo round?
Il primo round: 778 milioni per 161 MW
La risposta arriva dai numeri del bando precedente. Il primo bando nazionale francese per l’idrogeno pulito si è concluso a luglio 2026 assegnando 778 milioni di euro a tre progetti per un totale di appena 161 MW di elettrolisi, pari a 902 milioni di dollari. Il conto per megawatt è severo: poco meno di 4,8 milioni di euro per ogni MW supportato.
Non è solo una questione di prezzo. Con 161 MW assegnati, il primo round ha coperto appena il 16% dell’obiettivo complessivo di 1 GW che il programma si è dato. Tre progetti, tre sole centrali di idrogeno: una base reale molto più piccola della promessa. Il secondo round da 250 MW, se interamente assegnato, supererebbe di oltre il 50% la capacità del primo. E se il nodo vero non fossero i soldi, ma da dove arrivano gli stack?
Il vincolo del 25% e il gigante cinese
La tensione si sposta allora sulla filiera degli elettrolizzatori, dove una regola europea cerca di arginare un dominatore globale. Lo stack è il modulo in cui l’acqua viene scissa elettrochimicamente per produrre idrogeno: è il componente più delicato dell’elettrolizzatore, quello che determina rendimento e vita utile. I progetti devono garantire che non più del 25% della capacità supportata dipenda da stack prodotti da un fornitore dominante designato di un paese terzo, in linea con i requisiti del Net-Zero Industry Act dell’UE. In termini di impianto, su un progetto da 100 MW non più di 25 MW di capacità può arrivare da quegli stack.
Il confronto è netto: la Cina, secondo quanto riportava Reuters il 27 settembre 2024, detiene oltre il 50% della capacità produttiva globale di elettrolizzatori. Da un lato una soglia regolatoria che spinge verso produttori europei, dall’altro una supply chain dove il fornitore più economico e più grande resta extra-UE. Alla scala europea la domanda non manca: la terza asta della Banca europea dell’idrogeno ha attirato 58 offerte da 11 paesi, con una sottoscrizione oltre sei volte superiore al budget di 1,3 miliardi di euro. Resta da capire se il secondo round francese riuscirà a fare meglio del primo, o se il vincolo del 25% finirà per escludere la filiera più economica senza costruirne una alternativa.
Per chi installa o gestisce impianti di idrogeno elettrolitico, il quadro è quello di un’asta che paga moltissimo per pochi megawatt e di una filiera che resta dominata dalla Cina, qualunque sia la soglia regolatoria scritta nel bando.




