La Regione amplia le aree idonee a superfici già compromesse, in linea con la valutazione ambientale.
Trenta zone, 3.656 ettari. Poi, a fine luglio, la giunta lucana ha aggiunto un tassello: anche ex cave, miniere abbandonate e discariche chiuse o ripristinate possono entrare nel perimetro delle future zone di accelerazione per il fotovoltaico e i sistemi di accumulo. È quanto prevede la delibera n. 473 approvata dalla Giunta regionale lo scorso 28 luglio, come documentato da QualEnergia.it in un articolo pubblicato il 3 agosto. Il testo interviene sulla proposta di Piano recependo le osservazioni emerse durante lo scoping della Valutazione ambientale strategica.
Non è un semplice aggiornamento tecnico: cambia la geografia degli impianti possibili, perché sposta l’attenzione su superfici che non competono con l’uso agricolo e che, in molti casi, sono già state trasformate da attività passate.
Dalla Dgr 617 alla Dgr 473: il perimetro si allarga
La base di partenza è la Dgr n. 617 del 20 ottobre 2025, con cui la Regione Basilicata aveva individuato 30 zone di accelerazione terrestri per 3.656 ettari complessivi. La delibera n. 473 non cancella quel perimetro, ma vi aggiunge una categoria ulteriore: aree già segnate da attività estrattive o dalla gestione dei rifiuti, come ex cave, miniere abbandonate e discariche chiuse o ripristinate.
La differenza è concreta. Le 30 zone individuate a ottobre 2025 restano il perno dell’impianto; il nuovo tassello allarga il bacino dei siti potenzialmente candidabili, ampliando il campo senza riscrivere le regole generali. Dal punto di vista della pianificazione, significa che una parte di territorio finora esclusa può diventare idonea a ospitare impianti, con effetti diretti sulla distribuzione delle future installazioni.
Il riuso del territorio compromesso come criterio
Perché puntare proprio su queste aree? La scelta risponde a una logica di riuso: concentrare gli impianti dove il conflitto con i contesti agricoli e i paesaggi di pregio è più basso. Per l’assessora Laura Mongiello, «l’energia pulita del futuro deve nascere laddove il territorio è già stato compromesso in passato». Un’ex cava o una discarica chiusa non sottrae suolo produttivo: lo rimette in gioco, spostando la pressione lontano dai terreni agricoli.
Il principio non è isolato. Nel Rapporto preliminare del Piemonte, le zone di accelerazione considerano le aree industriali esistenti con superficie da 5 ettari in su, le discariche e i siti contaminati oggetto di bonifica. Le categorie non coincidono con quelle lucane, ma la direzione è la stessa: usare superfici già compromesse per evitare nuovi consumi di suolo e ridurre le opposizioni locali.
A che punto è davvero il Piano
La delibera n. 473 va letta per quello che è: un passaggio dentro una procedura di Valutazione ambientale strategica, non l’atto che chiude il Piano. Ha recepito le osservazioni emerse durante lo scoping, la fase preliminare in cui si definiscono i contenuti e il perimetro della valutazione, prima che la proposta venga consolidata. In gergo ambientale, lo scoping serve a raccogliere indicazioni su cosa la VAS dovrà approfondire: recepire i rilievi in questa fase significa correggere il tiro prima che il documento assuma una forma troppo rigida.
Questo significa che l’allargamento a ex cave, miniere abbandonate e discariche chiuse o ripristinate è, nel testo approvato a fine luglio, una scelta maturata a valle dei primi rilievi. Non c’è ancora un Piano chiuso: c’è una proposta che si sta adattando alle osservazioni della fase preliminare. Il prossimo passaggio dirà se l’accelerazione promessa si traduce davvero in iter più rapidi, oppure se il confronto con gli enti coinvolti ridimensionerà il perimetro.
Per chi progetta o gestisce impianti in Basilicata, il messaggio è chiaro: le zone di accelerazione si allargano su aree a minor conflitto, ma la certezza procedurale arriverà soltanto con l’approvazione del Piano. Fino ad allora, l’apertura resta condizionata all’esito della VAS.




