Contributo 40% per Comuni sotto 50.000 abitanti dopo DL PNRR e Legge 152

Il paradosso del fondo: più soldi ma meno della metà

Il passaggio non è un dettaglio tecnico. Il Decreto-Legge 19 febbraio 2026, n. 19, il cosiddetto DL PNRR, ha recepito la decisione ECOFIN e, in attuazione dell’articolo 27, ha istituito un programma di sovvenzione finanziaria per complessivi 795,5 milioni di euro, gestito direttamente dal GSE nell’ambito della Missione 2, Componente 2, Investimento 1.2, la voce dedicata alla promozione delle rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo. L’integrazione da 246 milioni è arrivata soltanto dopo l’entrata in vigore della Legge 7 agosto 2026, n. 152.

Il risultato è un conto che non torna con le premesse: 795,5 più 246 fa 1.041,5. Ma la distanza rispetto ai 2,2 miliardi iniziali resta ampia. Non si è ripristinata la dotazione originaria, si è tamponata un’emergenza. L’annuncio serve a evitare il blocco delle domande, non a colmare il taglio.

Chi riceve davvero il 40% e chi resta fuori

Per capire a chi arrivano questi soldi, bisogna leggere i criteri. Il beneficio è un contributo in conto capitale fino al 40% delle spese ammissibili per impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili inseriti in Comunità energetiche rinnovabili o Gruppi di autoconsumatori, e ubicati in Comuni con popolazione inferiore a 50.000 abitanti. Non tutti possono partecipare: restano fuori i Comuni più grandi. Il contributo resta però un incentivo rilevante per i piccoli centri, quelli che più difficilmente riescono a sostenere da soli i costi di un impianto.

C’è poi il vincolo temporale. Gli impianti finanziati devono essere operativi entro il 31 dicembre 2027. In altre parole, non basta ottenere il contributo: serve completare l’iter e mettere in esercizio gli impianti entro poco più di un anno. Per le amministrazioni e le comunità che partono ora, il margine è stretto.

Sui numeri, il GSE ha comunicato che complessivamente, con i primi sette atti, sono stati concessi contributi a 37.800 soggetti per 990,5 milioni di euro. Confrontando questa cifra con il totale disponibile di 1.041,5 milioni, il residuo è di appena 51 milioni. L’ampliamento delle risorse ha reso finanziabili tutte le richieste pervenute il 24 novembre 2025, quelle dei giorni 25, 26 e 27 novembre e parte di quelle arrivate il 28 novembre 2025, al netto di rinunce ed esclusioni. In pratica, i 246 milioni in più sono serviti soprattutto a smaltire la coda delle domande di novembre, non ad aprire una nuova stagione di richieste.

L’ombra europea: il 27% e il sorpasso tedesco

Mentre in Italia si smistano le domande, a Bruxelles i conti non tornano. Secondo la relazione speciale 10/2026 della Corte dei conti europea, l’Unione è lontana dagli obiettivi sulle comunità energetiche: all’inizio dell’anno solo il 27% dei Comuni che avrebbero dovuto ospitarne una ne aveva effettivamente una, con la Germania in testa. Il confronto non è rassicurante: la transizione comunitaria procede a due velocità, e il dato europeo segnala un ritardo strutturale che pesa anche sull’Italia.

Il 2027 si avvicina e la scadenza del 31 dicembre è già scritta negli atti. Resta una domanda aperta: basteranno 246 milioni in più a trasformare 37.800 beneficiari in impianti operativi, o l’Italia rischia di rimanere tra quei Paesi che restano dentro il 27% di una transizione annunciata ma non ancora completata?