Il potenziale italiano è di 207,3 GW ma a fine settembre 2023 nessuno degli 80 progetti presentati era autorizzato

207,3 GW di potenziale eolico offshore galleggiante. 30 MW effettivamente in acqua. 80 progetti presentati a fine settembre 2023 e, secondo gli autori di un approfondimento pubblicato il 16 settembre 2024 su Energia Italia, nessuno autorizzato. Tre anni dopo, il paradosso italiano non si è sciolto.

Il miraggio dei 2,1 GW

Secondo il PNIEC 2023, l’obiettivo di capacità eolica offshore previsto per l’Italia al 2030 era di 2,1 GW. Alla data della pubblicazione dello studio, però, in Italia risultava in acqua solo il parco eolico offshore di Taranto, noto come parco Beleolico: dieci turbine da 3 MW ciascuna, per un totale di 30 MW. Nel Golfo di Napoli era in fase di test una piccola turbina eolica galleggiante da 10 kW. E a fine settembre 2023, 80 progetti di eolico offshore erano stati sottoposti a valutazione ambientale; nessuno, a quanto risulta agli autori, era stato autorizzato.

Il problema non è la tecnologia. A differenza del Nord Europa, dove il 99% delle turbine eoliche offshore è installato su fondamenta fisse in acque poco profonde, nelle aree mediterranee la soluzione più economica e maggiormente utilizzata è quella delle turbine galleggianti. Per aree con profondità dell’acqua superiore a 50-60 metri, l’eolico galleggiante è la tecnologia più economica e maggiormente utilizzata. Se la risorsa c’è e la soluzione tecnica è chiara, perché non si parte?

La filiera da 255,6 miliardi che aspetta

Già nel 2022, secondo il Marine Offshore Renewable Energy Lab (MOREnergy Lab) e il Politecnico di Torino, il potenziale italiano era stimato in 207,3 GW, pari a 3,4 volte le fonti rinnovabili installate nel 2022, e in 540,8 TWh/anno, pari a 1,7 volte la domanda elettrica dello stesso anno. Non è un potenziale astratto: dietro c’è una filiera industriale che non parte da zero.

La produzione di energia eolica offshore galleggiante attiverebbe, secondo l’analisi citata nell’approfondimento, settori chiave italiani come la metallurgia, i materiali da costruzione, la meccanica avanzata, la meccanica navale e le apparecchiature elettriche, per un totale di 255,6 miliardi di euro. In questi comparti l’Italia è il secondo paese dell’Unione europea, dietro la Germania, e vi sono impiegate 1,3 milioni di persone. Non numeri marginali: sono la base manifatturiera che potrebbe costruire le turbine, le piattaforme e le connessioni necessarie.

Ma questi numeri bastano a vincere l’inerzia? E cosa succede se i concorrenti corrono più veloci?

La corsa dei gigawatt: chi parte, chi resta

In Europa il confronto è già impostato. La Grecia punta a 2 GW di eolico galleggiante entro il 2030, la Spagna a 1-3 GW e il Regno Unito a 5 GW. L’Italia, secondo WindEurope, considerava un obiettivo di 3,5 GW al 2030: più dei 2,1 GW del PNIEC 2023, ma al momento della pubblicazione non consolidato. Resta aperta la domanda: l’Italia sceglierà la strada dei 3,5 GW o resterà inchiodata a un obiettivo che la condanna al fanalino di coda?

L’eolico galleggiante italiano non è un problema di tecnologia o di risorse. È un problema di decisione. Tra un potenziale accertato di 207,3 GW, una filiera da 255,6 miliardi di euro e zero autorizzazioni a fine settembre 2023, la palla è nel campo della politica. Che cosa succede ora, per le imprese che aspettano e per i cittadini che pagano la transizione?