Lo sconto sul gasolio è scaduto il 5 settembre. Il paradosso no. Per capire chi paga davvero la proroga bisogna aprire il decreto legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.197 del 26 agosto, in vigore dal giorno successivo. Dentro c’è un congegno contabile che merita attenzione: lo Stato incassa subito, ma dovrà restituire dopo. E a restituire, in realtà, non sarà lo Stato ma le grandi società energetiche, che si vedranno trasformare un anticipo fiscale in credito d’imposta.
Lo sconto è scaduto, il conto no: il paradosso del finanziamento
Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei Ministri e intitolato “Disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi al protrarsi della nuova crisi dei mercati internazionali”, proroga al 5 settembre lo sconto di 17 centesimi sul gasolio. Fin qui, la notizia. La parte interessante sta nel come viene finanziata.
Le risorse per coprire lo sconto sulle accise arrivano da un nuovo meccanismo, previsto nello stesso decreto, di acconto fiscale delle tasse sui dividendi anticipati dai grandi gruppi energetici. Secondo quanto filtra, riguarderà in particolare Eni. L’acconto, che dovrebbe essere fissato al 39%, farebbe poi maturare alla società un equivalente credito di imposta. Tradotto: Eni versa prima, e poi se lo ritrova indietro. Il costo della misura, secondo fonti di governo, si aggirerebbe intorno ai 130 milioni di euro.
È un gioco a somma contabile che quadra i saldi pubblici ma sposta il peso altrove. Non è fiscalità generale, è un prestito forzoso mascherato da anticipo, che impatta sui bilanci industriali dei gruppi energetici. Il paradosso è doppio: si interviene per calmierare il prezzo di un prodotto venduto da quegli stessi gruppi, e si chiede a quegli stessi gruppi di anticipare la copertura. Ma anche se il congegno quadra i conti pubblici, resta la domanda: era questo il modo migliore per aiutare chi subisce il caro-carburante?
Va ricordato che il taglio non nasce ora. Disposizioni volte a ridurre la tassazione su gasolio, benzina e GPL erano già state adottate per un periodo di venti giorni a decorrere dal 19 marzo, con una riduzione di 25 centesimi al litro per gasolio e benzina e di 12 centesimi al chilo per il GPL, secondo quanto riportato nel comunicato stampa del Consiglio dei Ministri. Complessivamente, gli interventi sulle accise sono costati circa 2 miliardi di euro alle casse pubbliche. Un conto che, proroga dopo proroga, continua a lievitare.
Il quinto prezzo più alto d’Europa e una raccomandazione ignorata
Il paradosso contabile non è l’unica anomalia. La strategia di calmieramento cozza anche con i numeri europei. La Commissione Ue aveva chiesto provvedimenti che facilitassero gli acquisti per i consumatori meno abbienti, e non un taglio di accise generalizzato. Il governo italiano ha scelto la strada opposta: uno sconto orizzontale, uguale per tutti, indipendente dal reddito.
E i dati danno ragione a chi solleva dubbi. In Italia il costo del gasolio con le tasse è il quinto più alto in Europa. Ma se si considera il prezzo industriale del gasolio, il nostro Paese scende al ventesimo posto nell’Unione europea. La differenza tra quinto e ventesimo è la tassazione. Il prodotto, in sé, non costa più che altrove: è il carico fiscale a pesare. Il che porta dritti alla domanda scomoda: se il problema è la tassazione, a chi giova davvero uno sconto temporaneo e generalizzato, piuttosto che un intervento strutturale sul prelievo?
Chi vince, chi perde, cosa resta aperto
Quei numeri portano dritti alla conta degli interessi in gioco. Per lo stesso periodo della proroga è stato prorogato anche il credito d’imposta riconosciuto in favore delle imprese di autotrasporto. Un settore che incassa un sollievo concreto, seppure temporaneo. Eni, dal canto suo, anticipa le tasse sui dividendi ma matura un credito d’imposta equivalente: esce dal congegno senza perdite nette, se non di liquidità nel breve periodo. I consumatori, quelli meno abbienti in particolare, restano i grandi assenti: per loro nessuna misura mirata, solo uno sconto generalizzato che la Commissione Ue aveva esplicitamente sconsigliato.
Resta aperto il nodo europeo e resta aperto il futuro del taglio. Lo sconto è scaduto il 5 settembre e nessun fatto nuovo, al momento, indica che tornerà in forma analoga. Ma la domanda finale non è se lo sconto tornerà. È se il governo prenderà mai sul serio l’invito europeo a mirare i sostegni, invece di continuare a oscillare tra interventi generalizzati contestati dall’Ue e meccanismi fiscali creativi che spostano il peso sui bilanci industriali, senza una risposta chiara su chi protegge davvero il consumatore.




