Il drone per localizzare guasti nei moduli fotovoltaici costa 8.500 euro, più 202 euro per ispezione.

Il 5,08% non è un tasso d’interesse. È la quota di potenza che gli impianti fotovoltaici di tutte le dimensioni hanno perso nel 2025 per guasti alle apparecchiature, secondo il Global Solar Report di Raptor Maps: più del doppio del 2,36% registrato nel 2021. E mentre quei numeri raccontano un problema strutturale, lo scorso agosto un team di ricercatori spagnoli ha sviluppato un metodo a tre fasi basato su droni per localizzare i guasti nei singoli moduli fotovoltaici e quantificarne la gravità negli impianti su larga scala.

La notizia non è soltanto tecnica. È la dimostrazione che esiste un modo per ispezionare un impianto senza percorrerlo a piedi, e che quel metodo ha un prezzo misurabile. Prima il problema, poi lo strumento, infine la questione su chi paga.

Il paradosso del 5,08%

Per capire perché un drone da 8.500 euro faccia notizia, bisogna partire dai numeri che l’industria preferirebbe non vedere. Il Global Solar Report 2025 di Raptor Maps non fotografa solo la perdita di potenza del 2025: negli ultimi cinque anni la sotto-performance dovuta alle apparecchiature è aumentata del 214%, un andamento che già nel 2024 si traduceva in potenzialmente 10 miliardi di dollari di ricavi non realizzati. Dieci miliardi non sono un costo di riparazione: sono energia che non è mai diventata fatturato. Il divario tra il 2,36% del 2021 e il 5,08% del 2025 non è un dettaglio statistico, è la distanza tra un problema gestibile e una perdita strutturale.

Il metodo spagnolo arriva in questo contesto con numeri che sembrano scritti per far risaltare il divario. Il framework ha raggiunto un’accuratezza nel rilevamento dei moduli compresa tra il 95% e il 98,55%, con soli 20 moduli mancati nel caso di test con le prestazioni migliori. Nel complesso, l’accuratezza nel rilevamento dei guasti è stata del 96,6%, con 85 guasti identificati correttamente nei casi di studio. Sono risultati da paper, ma messi accanto al 214% di sotto-performance in aumento sollevano una domanda: perché la diagnosi ha perso terreno mentre gli strumenti per migliorarla erano già disponibili?

Ma quei numeri raccontano solo il problema. La questione è cosa succede sul campo quando la diagnosi è affidata a tecnici a piedi, e se la precisione di un algoritmo sia sufficiente a convincere chi deve pagare.

Il drone contro il termotecnico

La risposta arriva da due impianti inglesi e da un flusso di lavoro che non ha nulla del cantiere tradizionale. Il punto di partenza è nei flussi di lavoro tradizionali per l’ispezione fotovoltaica: tecnici che camminano nell’impianto con termocamere portatili, attrezzature per l’elettroluminescenza o traccianti I–V. Metodi adatti a impianti piccoli, ma lenti, ad alta intensità di manodopera e fondamentalmente non scalabili per le flotte fotovoltaiche moderne.

Il team spagnolo ha applicato il nuovo metodo a due impianti operativi in Inghilterra: uno da 8 MW con più di 38.000 moduli e uno da 3 MW con più di 17.000 moduli. Su impianti come questi, il confronto diventa visibile: il metodo manuale è lento e ad alta intensità di manodopera, quello a droni è stato costruito per flotte di questa scala. I numeri economici completano il quadro: il sistema di ispezione ha un costo di capitale stimato di 8.500 euro e un costo diretto di 202 euro per ispezione, di cui 142 euro di ammortamento dell’hardware e 60 euro di spese di elaborazione cloud. In un settore dove l’ispezione manuale è descritta come non scalabile, 202 euro per mappare i guasti di un impianto da decine di migliaia di moduli è un dato che fa riflettere.

Resta da chiedersi se la precisione tecnica basti a spostare un’industria che ha già dimostrato di poter perdere miliardi in silenzio.

Chi paga il conto della manutenzione tardiva?

Il divario tra i 10 miliardi di ricavi persi nel 2024 e i 202 euro di un’ispezione con drone è la vera posta in gioco. Non manca la tecnologia: manca la pressione per adottarla. Raptor Maps, la società che firma il Global Solar Report, sul suo sito rivendica la fiducia di oltre 400 aziende. Un mercato per l’ispezione esiste, ma il 5,08% di perdita da guasti alle apparecchiature nel 2025 suggerisce che non cresce abbastanza in fretta rispetto alla dimensione del problema.

La domanda inevasa è semplice: senza incentivi o pressione regolatoria, un’accuratezza del 96,6% rischia di restare una dimostrazione accademica? Il paper descrive un metodo, non un obbligo. E tra la dimostrazione tecnica e l’adozione su larga scala in questo settore passano, come altrove, anni di silenzio e di energia persa.

Non è la tecnologia a mancare: è la decisione di smettere di chiamare “manutenzione” la conta dei danni a posteriori.