Il doppio vincolo cinese su quote e obblighi ridisegna i flussi di elettricità pulita

Ventisei virgola zero per cento.

È il nuovo tasso di apprendimento dell’industria fotovoltaica per il periodo 1976-2025, secondo l’ultima edizione dell’International Technology Roadmap for Photovoltaic (ITRPV). Un numero che sale di oltre un punto rispetto alla rilevazione precedente (24,9%) e che – in un settore maturo – segnala che i costi continuano a scendere più in fretta di quanto ci si aspettasse. Per chi deve decidere dove investire un miliardo di dollari, quel punto percentuale in più è una calamita.

La domanda è cosa alimenti oggi questa accelerazione. Una parte della risposta è arrivata il 22 giugno 2026, quando quattro autorità cinesi hanno pubblicato congiuntamente l’Ordine n. 42, le nuove regole sul consumo rinnovabile. Non si tratta di un aggiornamento marginale: il provvedimento istituisce un doppio vincolo – quote provinciali e obblighi per imprese chiave – che ridisegna i flussi di elettricità pulita dentro la prima economia manifatturiera del pianeta.

L’obbligo che mancava: la fabbrica solare circolare

Il testo è chirurgico nell’indicare i settori sotto osservazione. Alluminio elettrolitico, acciaio, cemento, ma anche – e qui sta la novità – polisilicio, nuovi data center, stazioni base 5G e infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici. A produttori di polisilicio e batterie al litio viene imposto un modello di produzione alimentata da elettricità verde. È il passaggio che mancava per chiudere il cerchio: i pannelli e le batterie che escono dalle fabbriche cinesi dovranno essere fabbricati usando l’energia che loro stessi sono destinati a generare o immagazzinare.

Il meccanismo è circolare senza retorica. Con una capacità produttiva globale per polisilicio, lingotti e wafer che ha superato 1.230 GWp a fine 2025, il costo energetico della manifattura è una voce decisiva. Se quell’energia proviene da fonti rinnovabili a basso costo marginale, il vantaggio competitivo si amplia. La Cina non sta solo imponendo un vincolo ambientale: sta strutturando un fattore produttivo. L’85% del silicio feedstock prodotto nel 2025 è ancora uscito dal processo Siemens tradizionale, energivoro. L’altro 15% è venuto dal processo a letto fluido, meno costoso in termini elettrici e destinato – secondo le proiezioni ITRPV – a salire al 28% entro dieci anni. L’obbligo di alimentazione verde spingerà esattamente in quella direzione.

Cosa c’entrano i data center e le auto elettriche

L’altro pilastro del provvedimento riguarda la domanda nuova. Il settore del calcolo consumerà – stima l’ordine – altri 100 miliardi di kWh all’anno durante il quindicesimo piano quinquennale. La regola è netta: ogni nuovo consumo dovrà essere abbinato a quote corrispondenti di energia rinnovabile. Vale per i data center, per le stazioni 5G, per la ricarica dei veicoli elettrici. L’effetto è duplice: si crea una domanda garantita per il solare e l’eolico e, insieme, si evita che la transizione elettrica dei trasporti finisca per essere alimentata a carbone.

Le province avranno target differenziati e incrementali, con obiettivi di consumo vincolanti fino al 2030. Chi non raggiunge la quota annuale può compensare acquistando certificati verdi entro una finestra temporale. È un’architettura flessibile ma con denti: le imprese sanno che il costo di non conformità esiste.

Chi corre fuori dalla Cina

Mentre Pechino stringe i bulloni sul lato industriale, altri mercati muovono sul lato applicativo. La Romania, per esempio, si avvia a un altro anno record per il solare: dall’inizio del 2026 sono stati installati circa 400 MW di accumulo utility scale, e il progetto di Ogrezeni sarà abbinato a un sistema di accumulo da 1 GWh. Jochen Hauff, in un’analisi sull’agrivoltaico, ha osservato che «vediamo progetti molto grandi in Cina», indicando come Pechino stia trasformando anche questo segmento da nicchia a mercato strutturato.

La forbice non è solo tecnologica. È la distanza tra chi costruisce un sistema in cui ogni componente – silicio, batteria, elettricità per produrli, consumo finale – è agganciato a una quota rinnovabile crescente, e chi invece importa quei componenti senza avere voce sulle regole di fabbricazione. Per i prossimi mesi il numero da guardare è il 28% di penetrazione previsto per la tecnologia FBR. Se arriverà prima del 2035, il vantaggio di costo della manifattura cinese sarà difficile da erodere con i soli dazi.