Nella politica energetica europea le scadenze di solito slittano. Cantieri in ritardo, autorizzazioni che si allungano, cronoprogrammi riscritti più volte. Per questo il caso dell’Isola Principessa Elisabetta merita attenzione anche a due mesi di distanza: secondo quanto riportato a fine agosto da reNEWS, il gestore della rete belga Elia ha completato le fondazioni dell’isola energetica artificiale nel Mare del Nord. Quella puntualità aveva un valore preciso. Non è la notizia dell’ultima ora, ma è un’eccezione che dice molto sulla regola, e sul modo in cui il denaro pubblico europeo viene effettivamente speso.
Il premio per chi arriva in orario
Il valore della puntualità, in questo caso, si misura in euro. Come spiega la comunicazione di Jan De Nul sulle fondazioni, il completamento dei lavori nei tempi previsti ha permesso a Elia di accedere a un sussidio europeo di 99 milioni di euro destinato proprio a questa fase. È un meccanismo semplice, quasi banale nella sua logica: i soldi arrivano se il cantiere consegna. Non basta l’annuncio, non basta il progetto approvato. Serve il risultato fisico, verificabile, entro la data stabilita.
A questo si aggiunge il sostegno della Banca europea per gli investimenti. Secondo il comunicato della BEI sul progetto, si tratta del finanziamento più grande mai concesso dalla banca a un’infrastruttura energetica nel Benelux. Due primati nello stesso dossier: un sussidio legato a una scadenza rispettata e un prestito senza precedenti nell’area. Resta però da capire che cosa stiano comprando, esattamente, questi soldi.
Cavi verso casa
Per rispondere conviene aprire la voce “cosa finanzia” del prestito, componente per componente. La BEI indica che le risorse copriranno, tra le altre cose, la sottostazione ad alta tensione sull’isola, i trasformatori e i collegamenti in corrente alternata verso la terraferma. Tradotto: è l’impianto che serve a raccogliere l’elettricità prodotta in mare e a portarla sulla costa belga. Secondo Jan De Nul, l’isola collegherà la seconda zona eolica offshore del Belgio, con una capacità fino a 3,5 GW.
Chi ci guadagna, subito, è abbastanza chiaro. La rete belga ottiene un punto di raccolta per una quota rilevante di nuova produzione eolica in mare. Il gestore ottiene finanziamenti a condizioni agevolate su una parte consistente dell’opera. I consumatori nazionali, almeno in prospettiva, avranno accesso a energia prodotta a poche decine di chilometri dalla costa senza che l’intero costo dell’infrastruttura ricada solo sulle tariffe interne. Fin qui, nulla di strano: è il funzionamento ordinario di un grande investimento di rete cofinanziato a livello europeo.
La tensione sta altrove. Il progetto è presentato come un’isola energetica del Mare del Nord, un’infrastruttura che nel nome e nell’ambizione evoca un nodo condiviso tra più paesi. Ma nei fatti finanziati, quelli elencati dalla BEI, l’isola collega anzitutto il Belgio a sé stesso: parchi eolici belgi, sottostazione sull’isola, cavi in corrente alternata verso la terraferma belga. È una distinzione che conta, perché separa l’annuncio politico (l’hub) dall’attuazione reale (l’allacciamento domestico). Nulla, nelle fonti disponibili, indica che la parte transfrontaliera abbia già ottenuto risorse paragonabili o tempi altrettanto definiti.
La lezione di Bornholm
Per misurare la distanza basta spostare lo sguardo verso est. Nel Baltico, il progetto legato all’isola danese di Bornholm è stato impostato fin dall’inizio per servire due reti. Come descritto nella notizia della Commissione europea su Bornholm, l’impianto collega 3 GW di elettricità prodotta in mare alle reti nazionali di Danimarca e Germania. La capacità è dello stesso ordine di grandezza di quella belga; la differenza è nell’architettura, che lì nasce bilaterale.
Il confronto non dice che il modello belga sia sbagliato, né che quello danese-tedesco sia già un successo: le fonti non consentono questo giudizio. Dice però dove si trova la parte mancante. Il Belgio ha messo in sicurezza, con puntualità e con denaro europeo, la componente nazionale dell’isola. La componente che dovrebbe trasformarla in un nodo europeo, invece, non compare tra le voci finanziate.
La puntualità è stata ricompensata, e non è poco. Ma la ricompensa, per ora, ha costruito un’infrastruttura al servizio della rete belga. La domanda che resta aperta è più scomoda di qualsiasi primato finanziario: quando arriverà la scadenza successiva, quella dell’interconnessione con i partner, chi la pagherà, con quali tempi, e ci saranno la stessa disciplina di cantiere e lo stesso denaro ad aspettarla?




