L’accordo volontario di 22 Stati fissa 35 GW entro il 2028, ma la Commissione ne stima necessari 200 entro il

Trenta gigawatt in due anni. Duecento entro il 2030. I numeri dell’accordo tripartito sullo stoccaggio energetico annunciato lo scorso 26 giugno dall’Unione europea raccontano di un’accelerazione che, forse, arriva già in ritardo. L’impegno, sottoscritto da 22 dei 27 Stati membri, fissa un obiettivo di 30‑35 gigawatt di nuova capacità da installare entro il 2028. È la prima volta che tanti governi mettono numeri precisi sul tavolo. Eppure, a guardare le cifre che servirebbero davvero, l’ambizione ufficiale resta dimezzata rispetto alla scala necessaria.

L’impegno dimezzato

L’accordo tripartito non è un atto legislativo vincolante. È una dichiarazione politica sostenuta dalla Commissione europea, da un gruppo di Stati e dai gestori delle reti. I 30‑35 GW promessi in due anni servirebbero a portare la capacità di accumulo complessiva dell’Ue, oggi ferma a circa 55 GW all’inizio del 2026, a quota 85‑90 GW entro il 2028. Ma le stesse stime della Commissione indicano che per integrare quote massicce di rinnovabili intermittenti e tenere stabile la rete serviranno circa 200 GW di accumulo al 2030. Il delta, in altre parole, è di 145 GW da qui alla fine del decennio. I 30‑35 GW coprono meno di un quarto della distanza.

Il conto non torna neppure dal lato dei firmatari: cinque paesi, al momento, non hanno aderito, e l’impegno ha natura volontaria. Senza meccanismi di enforcement, restano aperti interrogativi su quanti di quei gigawatt vedranno effettivamente la luce nei tempi promessi. La Commissione ha provato a dare concretezza anche al mercato degli acquisti di energia di lungo termine legati all’accumulo, puntando a far passare i contratti Ppa da 1,5 GW nel 2026 a 4,5 GW nel 2028. Un passo nella direzione giusta, ma ancora lontano dal colmare il fabbisogno reale.

Con i costi delle batterie in picchiata, perché siamo ancora così lontani dalla meta? La risposta sta meno nella tecnologia e più nel ritmo con cui le policy si sono mosse.

Il crollo silenzioso dei costi

La tecnologia, intanto, ha corso. Secondo l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, il costo delle batterie è sceso del 93 per cento tra il 2010 e il 2024. Un’accelerazione che avrebbe dovuto rendere lo stoccaggio una commodity accessibile, spingendo l’Europa a pianificare la rete del futuro. E invece la macchina delle policy si è mossa con anni di ritardo. È del marzo 2023 la Raccomandazione della Commissione sullo stoccaggio energetico – un atto non vincolante, figlio di un’epoca in cui il tema era già urgente ma ancora privo di obiettivi collettivi. Poi, solo a marzo 2025, è arrivato il primo inventario europeo dello stoccaggio, uno strumento che per la prima volta fornisce dati su tutte le tecnologie. L’inventario è utile, ma arriva quando il tempo per pianificare si è già ristretto.

Nel frattempo, i rapporti annuali sulla competitività delle tecnologie pulite – pubblicati dalla Commissione fin dal 2020 – nel 2025 avevano già lanciato un allarme: serve uno schieramento rapido e massiccio di nuove infrastrutture di accumulo. L’accelerazione di oggi, insomma, è figlia di un’inerzia che dura da anni. Il paradosso, crudo, è che mentre il costo delle batterie crollava, le istituzioni discutevano ancora di come mappare il fenomeno.

Il conto lo pagano le bollette

Se lo stoccaggio non arriva alla scala necessaria, le rinnovabili intermittenti diventano un costo, non un vantaggio. Senza accumuli sufficienti, l’eccesso di produzione nelle ore soleggiate o ventose non viene assorbito e si traduce in oscillazioni violente dei prezzi, con il rischio di congestioni e interventi di emergenza sui mercati. L’accumulo, ricorda la Commissione, riduce le fluttuazioni, abbassa i prezzi dell’elettricità nei picchi di domanda e consente ai consumatori di adattare i consumi alle condizioni di mercato. Ma tutto questo vale solo se la capacità installata smette di correre dietro alla produzione intermittente.

Il target di Ppa legati allo stoccaggio – un mercato che triplicherebbe di dimensioni da 1,5 a 4,5 GW in due anni – è il tassello più concreto dell’accordo. Scommette sul fatto che la domanda di energia pulita e stabile, trainata dalle imprese, possa spingere nuovi investimenti. Ma anche qui, la scala resta modesta rispetto ai 145 GW mancanti. E la deadline stringe: i 22 Stati dovranno onorare l’impegno entro il 2028, ma il cronometro dei 200 GW segna già meno di quattro anni alla fine del decennio. Per le imprese e i cittadini, la differenza tra obiettivi e realtà si misurerà in bolletta. La scommessa è iniziata, ma i numeri finora dicono che non basterà averne di più: bisognerebbe averne abbastanza, e in fretta.