Il decreto riduce il divario PSV-TTF, ma gli esperti temono alterazioni del mercato.

Il punto è un valico alpino: Passo Gries, uno degli ingressi del gas nella rete italiana. Qui l’Italia ha valutato di applicare tariffe di entrata negative, cioè di pagare chi immette metano nel sistema, pur di allineare il prezzo del PSV, l’hub italiano, a quello del TTF olandese. È il dettaglio tecnico che rende chiara la posta in gioco. Lo scorso 9 settembre Patrick Heather e Alex Barnes, ricercatori dell’Oxford Institute for Energy Studies, hanno pubblicato un paper che, come riportato da Staffetta Quotidiana nel suo resoconto, elenca una lunga serie di effetti negativi che il servizio di liquidità previsto dall’art. 10 del DL Bollette 21/2026 potrebbe produrre sul funzionamento del mercato.

Pagare per far entrare il gas: la meccanica dell’art. 10

L’obiettivo della norma è esplicito: ridurre il delta di prezzo tra PSV e TTF. Secondo un’analisi di mercato di Argus, l’Italia si stava preparando a lanciare un meccanismo, definito controverso, per comprimere il premio persistente dell’hub italiano rispetto al riferimento olandese. In pratica, il gas scambiato al PSV costa sistematicamente di più di quello scambiato al TTF, e quella differenza si trasmette lungo tutta la catena, fino ai contratti industriali e alle bollette.

Le leve previste sono due, alternative. La prima è quella di Passo Gries: tariffe di entrata negative, che rendono conveniente portare molecole in Italia attraverso quel punto di interconnessione. La seconda è un “servizio di liquidità” gestito dal TSO, il gestore della rete di trasporto. In entrambi i casi la regia passa ad ARERA, chiamata ad adottare le misure per eliminare lo spread. Sulla carta lo schema è lineare: se il prezzo italiano è più alto perché entra meno gas di quanto servirebbe a livellarlo, si incentiva l’ingresso fino a chiudere il divario. Ma se il meccanismo è così pulito, perché due ricercatori di Oxford hanno sentito il bisogno di elencarne le controindicazioni?

Oxford e i trader: un hub non si allinea per decreto

Il nodo sta nella differenza tra correggere un prezzo e correggerne le cause. Uno spread tra due hub non è un errore di calcolo: riflette costi di trasporto, vincoli di capacità, struttura dell’offerta. Fissare per norma l’obiettivo di azzerarlo significa intervenire sul segnale di prezzo, non necessariamente sui fattori che lo generano. È questa la lettura che attraversa il lavoro di Heather e Barnes: il rischio è che il problema venga spostato, non risolto, con ricadute sul funzionamento del mercato che il paper elenca una per una.

Sulla stessa linea, con un taglio più istituzionale, si sono mosse le associazioni europee del settore. In una lettera congiunta sulla bozza di decreto italiana, Energy Traders Europe ed Eurogas hanno espresso preoccupazione per la proposta che impone ad ARERA di eliminare lo spread tra PSV e TTF. Le obiezioni sono due. La prima riguarda l’integrazione del mercato: misure unilaterali di questo tipo, scrivono, rischiano di minare l’integrazione del mercato del gas dell’UE. La seconda è giuridica: l’intervento solleva dubbi di compatibilità con le regole europee su tariffe e integrità del mercato.

La contrapposizione è netta. Quella che a Roma viene presentata come la correzione di uno squilibrio nazionale, dai trading desk europei appare come una distorsione che frammenta il mercato unico. Una tariffa di entrata negativa in un singolo punto della rete, o un servizio di liquidità affidato al gestore, altera i flussi relativi tra hub che il quadro comunitario vorrebbe governati da regole comuni. Il risultato, secondo i critici, potrebbe essere un PSV formalmente più vicino al TTF ma meno rappresentativo delle reali condizioni di domanda e offerta in Italia. Resta da capire che cosa accade, in questo scenario, ai prezzi di riferimento che regolano i contratti all’ingrosso.

Cosa cambia per chi firma i contratti

Ogni intervento sullo spread arriva, prima o poi, alle clausole di prezzo. Lo ha messo nero su bianco Confindustria nel documento sull’attuazione del servizio di liquidità: l’associazione condivide l’introduzione di un’asta integrata e multilaterale sul MGP-GAS, ma sottolinea l’esigenza di valutarne attentamente gli effetti sugli indici di mercato. Il riferimento è a IGI e ICIS-Heren, gli indici oggi utilizzati come riferimento nei contratti di compravendita del gas naturale all’ingrosso.

Qui il trade-off diventa concreto. Un’asta ben disegnata può aumentare la liquidità e rendere più robusta la formazione del prezzo; ma se il meccanismo che la accompagna ha come obiettivo dichiarato un livello di prezzo, gli indici che ne derivano incorporano anche l’intervento amministrativo. Chi ha contratti indicizzati al PSV guadagna davvero da uno spread compresso, o eredita un indice meno affidabile come misura del mercato?

Per chi compra gas all’ingrosso la scelta, in sintesi, è questa: uno spread più contenuto rispetto al TTF in cambio di un riferimento nazionale più amministrato e di un possibile contenzioso con le regole europee. Prima di rinegoziare le clausole, conviene capire su quale prezzo si sta davvero firmando.