Il bacino idroelettrico servirà a potenziare un impianto fermo dal 2022 per un guasto alle turbine
Cento milioni di euro in più. Il progetto Yadenitsa, il secondo bacino legato all’impianto di pompaggio di Chaira, era stimato 250 milioni di euro. Oggi il conto è salito a 350 milioni, IVA esclusa. È la cifra su cui si basa la gara bulgara per la seconda diga, di cui ha dato notizia una fonte pubblicata il 5 ottobre. Le offerte vanno presentate entro il 4 novembre, tra nove giorni. Sullo sfondo c’è un dato che la cifra non mostra: Chaira, l’impianto che Yadenitsa dovrebbe potenziare, è stato fermato nel marzo 2022 dopo un grave incidente a una turbina.
Cento milioni in più e nove giorni per decidere
Il rincaro è documentato nella scheda della gara riportata da IENE: l’investimento, stimato all’inizio in 250 milioni di euro, è salito a 350 milioni IVA esclusa. La stessa fonte fissa le scadenze. Le offerte si chiudono il 4 novembre e il contraente scelto avrà 60 mesi per completare l’opera. Cinque anni, che cominciano a contare solo dopo l’aggiudicazione, a cui di solito si aggiungono valutazioni, possibili ricorsi e firma del contratto.
Le opere sono descritte nella scheda del progetto Yadenitsa. È prevista una diga, e i due bacini saranno collegati da una galleria reversibile in pressione lunga 6730 metri, con un diametro di 7 metri. Il risultato principale riguarda la capacità di accumulo: il volume utile del bacino inferiore di compensazione di Chaira passerà da 4,2 a 13,4 milioni di metri cubi. In pratica il serbatoio diventa circa tre volte più grande. Chi vincerà la gara dovrà però ampliare il bacino di un impianto che, nel marzo 2022, ha smesso di funzionare.
Ampliare il serbatoio di una centrale ferma
Per capire perché il progetto lascia perplessi bisogna partire dalla centrale. Come ha ricostruito un’analisi di ESS News sull’impianto di Chaira, il pompaggio è stato fermato nel marzo 2022 dopo un grave incidente alla turbina dell’Unità 4. L’incidente è avvenuto durante i collaudi successivi alla riabilitazione, cioè proprio nella fase in cui l’impianto doveva dimostrare di essere stato rimesso in sesto.
Le cause appartengono al contesto storico, ma pesano anche sul presente. Secondo il Ministero dell’Energia bulgaro, la causa principale fu la fatica dei materiali, combinata con il design originale della turbina e con gli effetti della cavitazione. Il dettaglio conta. Un guasto isolato si può riparare. Un problema che riguarda il progetto originario delle macchine richiede interventi più profondi, e di solito più lunghi.
Qui si vede la distanza tra l’investimento e il problema. Yadenitsa riguarda l’acqua: più volume utile, una nuova diga, una galleria di quasi sette chilometri. Il nodo emerso nel 2022 riguarda invece le turbine. Un bacino più grande aumenta l’energia che il sistema può accumulare, ma da solo non dice nulla sull’affidabilità delle macchine che quell’energia devono pomparla e restituirla. Le fonti disponibili non indicano quando, e in quali condizioni, Chaira tornerà a produrre. È difficile valutare un ampliamento da 350 milioni senza sapere quando ripartirà l’impianto a cui è destinato.
La rete chiede flessibilità, l’impianto chiede tempo
Rinunciare all’accumulo, d’altra parte, non è un’opzione realistica. Lo spiega la comunicazione di Toshiba sul pompaggio in Bulgaria: la crescita delle rinnovabili aumenta in modo significativo il bisogno di capacità di bilanciamento flessibile per mantenere stabile la rete. L’idroelettrico con pompaggio funziona come una batteria ad acqua. Accumula energia quando la domanda è bassa e la restituisce nei picchi, compensando le oscillazioni della produzione solare ed eolica. Per un sistema elettrico che integra quote crescenti di fonti variabili è uno degli strumenti più consolidati.
La Bulgaria, infatti, non punta solo su Chaira. Sono stati annunciati anche i nuovi impianti di Batak e Dospat, che dovrebbero aggiungere ciascuno circa 800 MW di capacità di generazione e ampliare l’accumulo, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’approvvigionamento elettrico in Bulgaria e nell’Unione europea. Va però distinto l’annuncio dalla realizzazione. Batak e Dospat sono impegni sulla carta. Yadenitsa è una gara con una scadenza vicina. Chaira è l’impianto esistente, fermato più di quattro anni fa. Sono tre stadi diversi, e solo l’ultimo riguarda capacità già costruita.
Resta la domanda sui tempi. Se tutto andrà secondo i piani, i 60 mesi di lavori porteranno Yadenitsa verso la fine del decennio. Chi garantisce il bilanciamento della rete bulgara nel frattempo, mentre le rinnovabili continuano a crescere? Le fonti non lo dicono. Il 4 novembre si apriranno le buste, ma il conto è già salito di 100 milioni e il pompaggio su cui si regge la strategia è stato fermato nel marzo 2022 per un problema legato al design delle turbine. Imprese e cittadini aspettano una flessibilità che, nel migliore dei casi, arriverà tra qualche anno.




